sabato 4 gennaio 2014

Hanky "Grampasso", il ramingo per una notte.

È stata una lunga serata da ramingo, la mia. Girovago fra pub, che mi delizio nel chiamarli "locande di ogni genere" (locanda: per me grande complimento) ho riassaporato, almeno per una sera, l'indefinibile sensazione della non appartenenza; cioè, un tipo qualunque, quasi senza nome, che giunge, ascolta e ribatte, solo quando questo gli è possibile. Senza corpo, forse, ma di sicuro fatto di spirito (non di quello servito ai banconi), forte al naso e che brucia gli occhi, il ramingo si mette in cammino e raggiunge altri spiriti. "Cuori e parole in piccole botti di legno" è quello che può riassumere questa notte. Il titolo di un album pazzesco, scritto da Carmelo Amenta. Ramingo, anche lui, in una notte che più fredda, al sud e in una città di porto, non si può, che urla e dice no all'oste, per poi riprendere il suo viaggio, magari verso casa, fumando il suo tabacco preferito. Ecco, adesso, che anch'io godo del tempore di casa, mi viene in mente il "Grampasso", il suo boccale e la sua pipa e quindi, visto che qui posso, ecco un estratto tolkeniano al riguardo. Buona lettura.

"D'un tratto Frodo notò un individuo dall'aria strana, segnato dalle intemperie, che sedeva in ombra vicino al muro ascoltando attentamente la loro conversazione. Aveva un grosso boccale di metallo davanti a sé e fumava una pipa dal lungo cannello intagliato stranamente. Teneva le gambe distese e portava degli stivali alti di una pelle morbida e di ottima fattura, ma ormai alquanto logori e ricoperti di fango. Un mantello di pesante panno verde scuro scolorito dal tempo lo avviluppava interamente e, malgrado il calore della stanza, egli portava un cappuccio che gli faceva ombra al volto: ma i suoi occhi che osservavano gli Hobbit brillavano nella mezza oscurità.
«Chi è quello?», chiese Frodo, quando ebbe l'occasione di sussurrare all'orecchio del signor Cactaceo. «Non mi pare che ci sia stato presentato».
«Quello?», disse l'oste a bassa voce, lanciandogli un'occhiata senza però voltare la testa. «Non saprei dire esattamente. È uno di quelli che vanno vagando, e che noi chiamiamo Raminghi. È un tipo taciturno, ma se ci si mette, racconta storie veramente uniche. Scompare per un mese, un anno, e poi spunta di nuovo all'improvviso. La scorsa primavera l'ho visto un bel po' di volte, ma di questi tempi si fa vivo molto più di rado. Come si chiama veramente non l'ho mai saputo, ma da queste parti tutti lo chiamano Grampasso."


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«Dalla terra di Sciascia e Camilleri, un noir scritto come Dio comanda.»
(Bruno Morchio)
«I Commissari del giallo italiano dovrebbero essere commissariati. Sono troppi. Alcuni dovrebbero essere degradati. Altri, tra cui il commissario Portanova, meriterebbero. dopo una attenta lettura, la promozione a vice questore.» 
(Andrea G. Pinketts)
«Siracusa è la sua città d’adozione e questo primo libro è quasi un omaggio alla sua bellezza.»
(L’Espresso)
«"Il gioco delle sette pietre" è un'esplosione di sentimenti ed emozioni.»
(Giallomania.it)
«Un giallo “accomodato", che lascia la bocca amara e fa ballare, sullo sfondo, torbidi giochi passionali e subdoli intrighi di potere.»
(MilanoNera)
«È scritto bene [...] Descrittivo e narrativo fino al particolare, diventa fluido ed essenziale quando il dipanarsi della trama lo richiede. E poi è amaro, molto amaro, con una visione disincantata della vita e un’accusa, nemmeno tanto velata, contro una mentalità para-mafiosa che qui, per imporsi, non ha bisogno di gesti eclatanti, di stragi, di ammazzamenti, ma di opportuni comportamenti, di piccoli gesti e di ripetute omissioni. Elementi indispensabili per alimentare una palude che inghiotte tutto e tutti e che condiziona la vita di una terra che pare aver smarrito la speranza.»
(Marco Della Croce)
«Già è un bel leggere, per di più “Il gioco delle sette pietre” è ben scritto, Minnella sa creare l’atmosfera, già nel far vibrare l’aria del mare e della terra, nella noia esistenziale del poliziotto, nella sua necessità di pulizia e moralità.»
(Gazzetta di Mantova)

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