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domenica 19 aprile 2015

Siracusa è la mia città

Siracusa è meglio attraversarla di notte, da soli; magari con un mezzo Toscano acceso in mano. Bisogna camminarci sopra come fachiri e respingere continuamente la sensazione di non esserne estranei. Si fa fatica ad abbracciare, in una notte sola, l'angusto e contorto intestino. Ad infilarle le dita fra i capelli scuri e sottili, in un gesto delicato che dalla nuca, piano piano, leggero sale su alla fronte aggrottata per poi scendere brusco sopra le palpebre, scivolando sul dorso regolare del naso, fino a sfiorarle le labbra.
Siracusa è meglio attraversarla di notte e da soli, dicevo, perché è l'unico momento in cui i contorni, anziché perdersi, si definiscono, prendono identità e si raddrizzano secondo la fantasia di una pancia mezza piena di un bicchiere vuoto e la testa che si gode i fumi delle chiacchiere da bancone.
Siracusa è meglio sfiorarla di notte e sotto inganno, sì, ma sorge sempre il dubbio che il nostro fianco sia coperto da chi è riuscito a viversela quando la si raccontava sottovoce, fra il piombo e la miseria, quando un sigaro accesso scatenava, ai nasi ortigiani, meno sdegno e un cappello sporco e una gonna pennellata di polvere e fango facevano la differenza.
Siracusa è un amore nascosto, sotterraneo, che è meglio che sia di notte, così nessuno ne sarà complice e testimone.
Amo Siracusa come la baiadèra di cui sei innamorato, «come si ama una donna che non t'appartiene, che non puoi avere e che altri hanno il diritto di amare più di te».
È una lunga e silente camminata che se pur spezzata da qualche imbarazzo, sarà sempre un amore enorme. Una minuta ed elegante gigolette che ha deciso, fra tutti, che almeno per una notte sia tu il suo principe dalle scarpe rotte e la testa fasciata da una garza bagnata di sdegno e sangue.
Siracusa è l'onestà travestita da brigante, con la cravatta sporca di cioccolato e che si lascia seguire da chi, come me, spalma l'odore acre e fastidioso di un Toscano alle sue spalle, lungo i ciottoli d'Ortigia e s'aggrappa e muore sotto l'acqua scura e salata che brucia gli occhi e pare scusarci, nonostante tutto, d'aver pianto per un continuo e perenne abbandono.

giovedì 29 maggio 2014

Ed ora, ebbro

Senza di te tornavo, come ebbro...
Senza di te tornavo, come ebbro,
non più capace d'esser solo, a sera
quando le stanche nuvole dileguano
nel buio incerto.
Mille volte son stato così solo
dacché son vivo, e mille uguali sere
m'hanno oscurato agli occhi l'erba, i monti
le campagne, le nuvole.
Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio
della fatale sera. Ed ora, ebbro,
torno senza di te, e al mio fianco
c'è solo l'ombra.

E mi sarai lontano mille volte,
e poi, per sempre. Io non so frenare
quest'angoscia che monta dentro al seno;

essere solo.

(P.P.P.) 

venerdì 9 maggio 2014

L'amore secondo Hemingway

«Se tu non mi ami, non importa, sono in grado di amare per tutti e due». Ancora una volta, qui, il disagio di Hemingway. Una sentenza assurda, che non lascia scampo. La volontà di essere uomo che vive, che ama, in un mondo popolato da carcasse putrefatte. Esagerato, presuntuoso, così solo sembra poter vivere l'uomo secondo Papa, alla ricerca non ancora senza speranza di qualcosa che sia vivo, lì in mezzo alla vuotezza dell'indifferenza tutta nostra. Una visione apocalittica. Orecchie sorde e l'urlo di un uomo disperato. «Sono in grado di amare per tutti e due» è uno schiaffo violento per chi si ostina ancora a spolpare quella rimanenza di carne attaccata alle ossa non ancora polvere, a un corpo morto; la miseria del quotidiano che ingurgita quel che resta dei sentimenti di un innamorato. «Se tu non mi ami, non importa» e forse non dovrebbe importare neanche a noi.

giovedì 8 maggio 2014

Come formiche affamate

La condizione umana inevitabile, quella della solitudine, è certo un sentimento indispensabile. Se non fosse per l'angoscia di una casa vuota, dell'interminabile tempo in cui si obbligati a riflettere su se stessi, pensieri di cui potremmo fare a meno, sarebbe di certo un cuscino morbido su cui assopirsi beati. Liberi da una vita inutile. Ma così non è, e più ci si sente estraniati dalla vita degli altri, un allontanamento graduale che vede fermarsi prima il piede destro e poi quello mancino fino a scorgere lo scomparire tutti all'orizzonte, più si ha l'impressione di essere sostituiti, o che questo accadrà a breve. Un surrogato di noi stessi che s'accompagna al fianco di un nostro amico, dell'amante, di una compagna voluta, un individuo che ci rassomiglia, che è esattamente dove noi non siamo; una forma migliorata, forse, dell'originale alla quale però manca un passato condiviso, il ricordo di quella mano che abbiamo afferrato in una rapida corsetta per attraversa un incrocio, la furia di un litigio risoltosi sudati sotto alle lenzuola. E nonostante questo, la sostituzione sarà necessaria, com'è indispensabile l'atrofizzarsi dell'affetto per il mondo, quando la solitudine sembra essersi trasformata in un sentimento certo che un uomo sano e cosciente non può respingere. Allora, solo allora, saranno i ricordi fatti in briciole che si depositeranno sul pavimento, attirando nuove persone, nuovi amici, nuovi amori come formiche affamate. E addio solitudine.

lunedì 28 aprile 2014

Il mestiere della solitudine?

Tutte le sante volte che accendo una pipa davanti al computer, pronto a scrivere chissà quale fesseria romanzata, mi chiedo: ma come ci sono finito qui, bloccato nell'interminabile arrovellarmi sulla costruzione di una frase, con la schiena a pezzi e il mio giudizio autoritario che mi morde le mani? Vuoi vedere che anziché farlo per passione, in realtà, scrivo per solitudine?
Oh, santo cielo!
È per questo che è così importante creare dei buoni personaggi? Per avere la certezza di frequentare una buona compagnia? Ma si sa, la carne degli uomini di carta, il loro l'inchiostro, è imperfetta come quella di amico; così è la natura nostra.
Si ama per solitudine, ci si abbraccia per solitudine e si chiacchiera per solitudine. Più vado avanti, più riesco a riconoscerne i codici. Un mestiere, quindi, quello della solitudine, in cui riconoscere colleghi e clienti, con la speranza di essere licenziati quanto prima?

giovedì 24 aprile 2014

Allora mi perderò lentamente

La realtà, cioè quella che noi chiamiamo 'avere delle cose da fare', mi fa stare chiuso fra parentesi, incastrato. Come se certe cose che non hanno nessun dispiego, i sentimenti per esempio, siano considerate una piccola deviazione dalla strada da fare. Un lungo rettilineo con un paesaggio orribile da percorrere in rapidità a tutti i costi. Un fiore d'acciaio.
Se così è, se l'amore che provo non è realtà, una cosa che 'non si ha da fare', ma una secondaria stradina che non ha direzione né meta, allora mi perderò lentamente. Vivrò fuori da quella parentesi. Senza destinazione finale.