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giovedì 8 maggio 2014

Come formiche affamate

La condizione umana inevitabile, quella della solitudine, è certo un sentimento indispensabile. Se non fosse per l'angoscia di una casa vuota, dell'interminabile tempo in cui si obbligati a riflettere su se stessi, pensieri di cui potremmo fare a meno, sarebbe di certo un cuscino morbido su cui assopirsi beati. Liberi da una vita inutile. Ma così non è, e più ci si sente estraniati dalla vita degli altri, un allontanamento graduale che vede fermarsi prima il piede destro e poi quello mancino fino a scorgere lo scomparire tutti all'orizzonte, più si ha l'impressione di essere sostituiti, o che questo accadrà a breve. Un surrogato di noi stessi che s'accompagna al fianco di un nostro amico, dell'amante, di una compagna voluta, un individuo che ci rassomiglia, che è esattamente dove noi non siamo; una forma migliorata, forse, dell'originale alla quale però manca un passato condiviso, il ricordo di quella mano che abbiamo afferrato in una rapida corsetta per attraversa un incrocio, la furia di un litigio risoltosi sudati sotto alle lenzuola. E nonostante questo, la sostituzione sarà necessaria, com'è indispensabile l'atrofizzarsi dell'affetto per il mondo, quando la solitudine sembra essersi trasformata in un sentimento certo che un uomo sano e cosciente non può respingere. Allora, solo allora, saranno i ricordi fatti in briciole che si depositeranno sul pavimento, attirando nuove persone, nuovi amici, nuovi amori come formiche affamate. E addio solitudine.

lunedì 28 aprile 2014

Il mestiere della solitudine?

Tutte le sante volte che accendo una pipa davanti al computer, pronto a scrivere chissà quale fesseria romanzata, mi chiedo: ma come ci sono finito qui, bloccato nell'interminabile arrovellarmi sulla costruzione di una frase, con la schiena a pezzi e il mio giudizio autoritario che mi morde le mani? Vuoi vedere che anziché farlo per passione, in realtà, scrivo per solitudine?
Oh, santo cielo!
È per questo che è così importante creare dei buoni personaggi? Per avere la certezza di frequentare una buona compagnia? Ma si sa, la carne degli uomini di carta, il loro l'inchiostro, è imperfetta come quella di amico; così è la natura nostra.
Si ama per solitudine, ci si abbraccia per solitudine e si chiacchiera per solitudine. Più vado avanti, più riesco a riconoscerne i codici. Un mestiere, quindi, quello della solitudine, in cui riconoscere colleghi e clienti, con la speranza di essere licenziati quanto prima?

giovedì 11 ottobre 2012

Parlare di notte

Serata strana. Molto strana. Una di quelle in cui t'aspetti sempre che la radio passi un brano degli Stones. Quelle ore notturne dove il mondo converge tutto in un tavolo verde, di plastica. Dove l'assortimento delle persone tutto può e tutto comunica. Io ero lì. In mezzo. A volte isolato, altre no. Neanche fossi Jean-Baptiste Clamence in qualche bettola di Amsterdam. Le ore, stasera, non passavano. Non ne avevano bisogno. Inizio e fine. Ecco tutto. Bastava sedersi e poi andare via. Alzarsi piano piano, mettere una mano nella tasca della giacca e poi, spaesato e distorto, andare via. Nessuno ricorderà mai cos'è successo a quel tavolo. Di plastica. Io, per esempio, non ricordo nulla. Solo una manciata di persone con un bicchiere in mano, la numerologia e il mio amico Antonello che girava sigarette. Prima una. Poi due, tre... e così via. Fumavo e bevevo. Stavano lì. Seduti. E io guardavo. Guardavo questo teatro di anime siciliane e lo spettacolo, vi assicuro, era la migliore commedia umana del mondo.