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lunedì 19 gennaio 2015

Inviti superflui

Vorrei che tu venissi da me una sera d'inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi. Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci aspettava.[...]Io chiederei "Ti ricordi?", ma tu non ricorderesti. [...]  Ma tu - ora che ci penso - tu ti guarderesti intorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata ad esaminare una calza, mi chiederesti un'altra sigaretta, impaziente di fare ritorno. E non diresti "Che bello!", ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici. [...] Vorrei pure - lasciami dire - vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di se una specie di musica. [...] E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni. Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d'oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo. E' inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. [...] Ma tu - adesso ci penso - sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso tra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.
(Inviti superflui - Dino Buzzati) 


mercoledì 18 giugno 2014

Uno più uno uguale uno

Ho trascorso la notte con i nostri due estranei. Sì, sono tornati. La camicia nera non è mancata. Si è parlato di calcio, ma non ho ben capito se riguardasse lo sport o il dolore alle mie natiche. Comunque sia, hanno chiesto di te, ma hanno usato il plurale. Ho cercato di coniugare, in silenzio, a ogni sorso, la prima persona plurale, ma mi stavo affogando. Ho tossito. Forse  m'è uscito pure un "noi", ma non lo ricordo. Il petto ha iniziato a bruciarmi. L'ho motivato con l'ennesima sigaretta che non dovevo fumare. Le mie natiche però dolevano. Poi ho pensato all'elefante rosa e m'è salito un conato di vomito. L'ennesimo. Non ho vomitato. Non c'era motivo che lo facessi. Questa storia non è vera. La camicia nera sì.
C'erano i nostri due estranei. È arrivato qualcuno con un altro bicchiere pieno. L'ho bevuto. M'hanno chiesto del mio nuovo romanzo. Ho glissato l'argomento. Poi me l'hanno richiesto e ho dovuto inventare una nuova storia, falsa. Di recente mi riesce bene farlo. Non ricordo più gli occhi. Non è vero, ma voglio inventarmene dei nuovi. Conosco i nostri nomi. «Tu ridi ancora?» Ho sentito un'eco. «Sei tu?» No, impossibile. Sono tornato a casa. Non sarai mai più tu. Ho poggiato la testa sul cuscino. Uno più uno uguale uno. «Ciao, sono Hanky, tu chi sei?» Il petto mi duole ancora. Ho pensato fosse un dolore temporaneo, ma non ho più aggiunto una motivazione alla sofferenza. «Conosco le tue labbra. Sembra di vedere me. Sono io? Mi manchi.» Ho creduto di sentire «Ti amo». No. Era solo la porta che si chiudeva. Tu. Non ho chiuso occhio e le natiche mi fanno ancora male. Poi il petto, poi di nuovo le natiche. Adesso è l'alba, il dolore è passato. Penso «noi ci siamo alzati, stiamo bene, ora». Declino la mia persona al plurale. Non ricordo chi fosse a duplicarmi. Non voglio pensarci. «Mi sono alzato, sto bene, ora». Così va meglio. Non so fare le moltiplicazioni. Uno. Questo lo so. Fino a uno so contare. Spero non mi chiedano altre operazioni matematiche. So mettere insieme due nomi, non due numeri. «Sono sveglio. Andrà bene». Ecco, andrà bene. Non devo più sommarmi. Mai più quel noi da dire. Io. Addio.


giovedì 5 giugno 2014

La nuda verità


Vado senza il tuo saluto

e chiuderò le spalle e tutto quello che ti ho dato
mi resta la speranza
una piccola casa
dove resterai mia
e ovunque io sieda saprò che qualsiasi cosa accada
il mio pensiero non baderà a distanze 
e nel giro di un istante sarò lì
perché la nuda verità
è che ti amo



pago certe debolezze 
gli stupidi rancori con i quali ho consumato giorno dopo giorno 
l'incrollabile idea che avevi di me
ma ovunque io vada saprai che qualsiasi cosa accada 
il mio pensiero non baderà a distanze 
e nel giro di un istante sarò lì
perché la nuda verità
è che ti amo
come nessuna mai
(Joe Barbieri)


sabato 31 maggio 2014

Avevo riattaccato che parlavo da solo

Avevo riattaccato che parlavo da solo. Poche e semplici parole che non so ancora se avevano avuto gambe tanto forti da arrivare in cima al discorso, lì sopra dove la testa della bestia morente stava per staccarsi una volta per tutte. Forse, quelle parole erano domande, ma goccia dopo goccia il sangue dell'animale cominciava la discesa e non ebbi mai la certezza che un punto interrogativo sapesse nuotare, resistere e respirare nel rosso della morte. 
Avevo riattaccato che parlavo da solo, ma dopo meno di un minuto non ero più sicuro di aver detto qualcosa, perché avevo le labbra annodate e le narici sembravano feritoie strettissime e l'aria passava appena. 
Avevo riattaccato che parlavo da solo e ormai la testa aveva abbandonato la bestia. S'era inclinata di colpo all'indietro, travolgendo l'ultima domanda rimasta appesa al petto suo. 
Avevo riattaccato che non parlavo più, giacché avevo l'idea di aver discorso tutto solo, che l'animale era morto tempo addietro e io ne coprivo il puzzo da cadavere con l'odore dei ragionamenti buoni. 
Avevo riattaccato che non c'ero più neanch'io e fui certo, ma fu d'improvviso, di aver composto il numero sbagliato e che la bestia morta non era davvero, ma viva e non più belva, che m'aspettava solitaria davanti a un telefono bianco di cui io non avevo ancora il numero. 

giovedì 24 aprile 2014

Allora mi perderò lentamente

La realtà, cioè quella che noi chiamiamo 'avere delle cose da fare', mi fa stare chiuso fra parentesi, incastrato. Come se certe cose che non hanno nessun dispiego, i sentimenti per esempio, siano considerate una piccola deviazione dalla strada da fare. Un lungo rettilineo con un paesaggio orribile da percorrere in rapidità a tutti i costi. Un fiore d'acciaio.
Se così è, se l'amore che provo non è realtà, una cosa che 'non si ha da fare', ma una secondaria stradina che non ha direzione né meta, allora mi perderò lentamente. Vivrò fuori da quella parentesi. Senza destinazione finale.