Caro Hanky, cari lettori.
Tecnicamente, in un governo quelle decisioni prese dai tecnici, non sono tecniche, ma politiche. Il politico-tecnico, tecnicamente, è come un idraulico: se sei fortunato ti sistema i tubi, se sei sfortunato, si fà anche tua moglie. Tecnicamente!
Tecnicamente, dai Monti alla Passera ci sono tanti idraulici, in un'assemblea fra tecnici, dove tecnicamente, discutono di giunture da sistemare, e tubi da cambiare, riducendo comunque il flusso d'acqua. Tecnicamente, l'acqua serve, ma è dei tecnici che potremmo fare a meno.
Tecnicamente un muratore è un tecnico, ti può costruire la casa e, se è bravo, le fondamenta sono solide. Altrimenti, ti crolla addosso.
Peccato che tecnicamente il muratore incapace, quando costruisce il suo di tetto, smette di essere un incapace, diventando tecnicamente minuzioso. E' con il mio di tetto che è approssimativo (gli crollasse a lui in testa...sempre tecnicamente eh?).
Il problema, infine, è che "tecnicamente" non si possono sedere in Parlamento idraulici o muratori, anche se "politicamente" sarebbero più politici dei tecnici e chi lo sa, magari riuscirebbero a risolvere realmente i problemi di un popolo.
di Simone Cassarino
giovedì 29 novembre 2012
sabato 24 novembre 2012
Tutte le volte che dico addio
Mi accendo la pipa e mi siedo. Davanti a me ci sono due mie cari amici. Amicizie da pub. Amici autentici. Naturali. Si chiacchiera e si ride. Si parla di politica, di sfruttamento del lavoro. Alzo la voce sulla disumana condizione degli extracomunitari che io amo chiamare "gente del mondo" e ci si commuove. Beviamo. Un sorso al mio bicchiere, uno a testa, i due ai loro bicchieri. Stringo la pipa, faccio un paio di boccate e mi libero sopra le teste di tutti seguendo il fumo del mio tabacco. Siamo tanti e siamo in pochi. Noi tre a quel tavolo. Sentiamo profonda la nostra non diffidenza e percepiamo ancora più forte la voglia di parlare con chi non la pensa come noi. «Qui manca il pluralismo», dice Marco. «Abbiamo sempre ragione solo fra noi pochi», sostiene Nello. E si va avanti, per ore. Il tempo passa così in fretta che arriviamo quasi a baciare l'alba. Gli occhi sono ancora lucidi, soprattutto i miei. Poi un saluto veloce e si va a casa. La mia macchina è lontana e da sotto il cielo, piccolo come sono, piove. Le mie scarpe di tela singhiozzano sopra le pozzanghere e finalmente entro in macchina. Sono al sicuro, sul sedile del guidatore e penso: «quante di queste discussioni gli altri fanno?» Spero tante. Infinite. Spero di far parte della massa. La stessa che per me significa popolo. Significa identità, dignità umana. Penso a chi crede in Dio e viene deriso. Penso a chi non ci crede e viene ugualmente umiliato, sbeffeggiato. Rifletto sulla non dignità umana di questo paese. Penso a me. A voi. E a fatica, riesco a chiudere gli occhi, nella speranza di svegliarmi domani e di avere ancora la voglia di scrivervi, con la mia solita rabbia, con il mio inguaribile caratteraccio, con la voglia di sentire la vostra voce che mi critica e mi approva."
domenica 21 ottobre 2012
La Casa Rosa
Scrivo di notte, perché di notte si scrive bene. Meglio. Di notte, più che altro, si possono giustificare i refusi (e io ne sono un campione) e qualche frase stralunata. Nella casa rosa poi, ogni singolarità, ogni forma di diseguale conformità comportamentale, sembra passare in secondo piano. Ci si sente come ospiti. Come parte temporanea di altri racconti, altri modi di vivere la vita. Viaggiatori disorganizzati di una gita faticosa, già programmata. Eppure, geniale. Sarà forse colpa di questo rosa, totalmente assente nell'appartamento, che ti costringe a immaginarlo, a ficcarti dentro un'idea di perfezione nonostante la polvere, lo sporco dei piatti e le nebbie delle sigarette. Qui è sempre notte. Tutto difforme, sbiadito. Tutto giustificabile. E se anche a voi, un giorno, capiterà di entrare nella Casa rosa, fermatevi. Respirate a lungo e sgualcitevi i pensieri. Dite due o tre parolacce e poi brindate. Se fumate è anche meglio. E' un rituale. Penserete a noi, che siamo stati qui e che da qui non siamo più andati via. Noi che fuori di qui non abbiamo avuto più il senso della notte. Privati di quel buio che assolveva, scagionava l'arrivo della luce del mattino, così immensa e codarda.
giovedì 11 ottobre 2012
Parlare di notte
Serata strana. Molto strana. Una di quelle in cui t'aspetti sempre che la radio passi un brano degli Stones. Quelle ore notturne dove il mondo converge tutto in un tavolo verde, di plastica. Dove l'assortimento delle persone tutto può e tutto comunica. Io ero lì. In mezzo. A volte isolato, altre no. Neanche fossi Jean-Baptiste Clamence in qualche bettola di Amsterdam. Le ore, stasera, non passavano. Non ne avevano bisogno. Inizio e fine. Ecco tutto. Bastava sedersi e poi andare via. Alzarsi piano piano, mettere una mano nella tasca della giacca e poi, spaesato e distorto, andare via. Nessuno ricorderà mai cos'è successo a quel tavolo. Di plastica. Io, per esempio, non ricordo nulla. Solo una manciata di persone con un bicchiere in mano, la numerologia e il mio amico Antonello che girava sigarette. Prima una. Poi due, tre... e così via. Fumavo e bevevo. Stavano lì. Seduti. E io guardavo. Guardavo questo teatro di anime siciliane e lo spettacolo, vi assicuro, era la migliore commedia umana del mondo.
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mercoledì 29 agosto 2012
L'arte contro il razzismo
Pensate a un pittore. Un pittore razzista, che per fare i suoi quadri usa un solo colore e un solo pennello. Ha speso tanto nel disegnare il suo quadro e adesso che è il momento di dipingerlo, di renderlo vivo e vitale, ha un solo colore nella sua tavolozza. Dopo le prime pennellate si accorge di aver perso tutto. Il volto di quella donna, non si vede più. Gli alberi, il cielo, gli sguardi della gente sullo sfondo. Niente. Poi, arriva suo figlio. E' piccolo, ma piuttosto sveglio. Guarda dal basso il padre e fa: "Papà, la maestra m'ha detto di disegnare i miei compagni di classe. E siamo tanti in classe. Tutti con la pelle diversa. Chi egiziano, chi italiano, del nord e del sud, chi inglese, francese e pure uno musulmano. Che non so dove si trovi la musulmania, ma musulmano lo è. Lo dice pure Gianni, il mio compagno di banco." Il padre, pittore, ride ma è confuso. "Che vuoi da me?" chiede nervoso. E il piccolino: "Ho pensato che il miglior modo per disegnare tutti è quello di disegnare qualcosa che non ha nazioni, lingue o malanni mentali. Ho pensato di dipingere la musica. Ma io non so dipingere. Tu sì, invece. Ma ti servono tanti colori. Tutti. Anche quelli che non esistono. Con quello soltanto non puoi nemmeno farmi i capelli. Li ho biondi?! Perciò, papà, butta via quel nero e compra tanti colori. Perché se tu non riesci a dipingere la musica, la mia classe scompare. E se scompaiono i miei compagni, scompaio pure io."
martedì 21 agosto 2012
Ho un amico a cui hanno ammazzato il fratello
Le notti passano con molta facilità. Tutte uguali e tutte scarne di senso. Come questa. Poi mi capita di fare le ore piccole con un rum in mano e un amico al fianco che mi racconta la sua vita passata e di nervi ancora scoperti. Quei nervi che fanno ancora male. Molto male. Una ferita perennemente aperta. Mi racconta di suo fratello, morto in un incidente stradale. Quando parla, tutto sembra avere una dinamica semplice, banale. Quasi ovvia. Poi prende il coraggio a due mani e mi spiega che un nuovo processo si aprirà. Che suo fratello è morto, sì, in modalità del tutto circostanziali, ma che delle persone hanno fatto di tutto per nascondere la verità. "Hanno occultato il colpevole", dice. Ed è lì che il mio cuore si ferma, che il sangue mi entra in circolo al doppio dei giri dovuti e mi prende la rabbia. Penso che molte persone non hanno voce. Che neanch'io ho una gran voce. Ma di certo riesco a urlare un po' di più. Più di lui. Posso farlo, credo. E se io urlo di tanto in più di lui, allora, è giusto ch'io gli dia la mia voce. E ce ne vorranno altri mille rum prima ch'io riesca a raccontarvi la sua storia. La storia di suo fratello. Ma lo farò.
Qui, in questa terra, è tutto un Forte Apache. Una storia in bianco e nero.
Qui, in questa terra, è tutto un Forte Apache. Una storia in bianco e nero.
domenica 19 agosto 2012
Ogni speranza è un debito
Vivo una vita parallela. Confinata spesso in un desiderio lavorativo e in un'ambizione umana. Questo è quello che mi rimane. Quello che la civiltà, oggi, offre. E non puoi farci niente. Sembra che stiano continuamente occludendo ogni porta. Ogni via. Hanno tolto al mondo la capacità d'inventarsi un lavoro, un sogno. E si viaggia malamente così. Un avanti e indietro del tutto mentale, privo di forma, di contenuto. Privo di ogni possibile realizzazione tangibile. Un continuo mettere di virgole, punti e virgola e capoversi forzati. Scarni di ogni senso pragmatico delle cose. Impieghi ore e ore a stilare il tuo curriculum, schede statistiche per neolaureati e non fai altro che sprecare moneta sonante per buste gommate che finiranno in qualche cestino a lato di una scrivania grigia, metallica, con tante carte sopra e nessuna opera significante all'interno dei cassetti. Quello che mi fa più paura, per altro, è che non è tanto il lavoro a mancare, ma i salari. L'uomo non è nato per lavorare si sa. Il lavoro, spinto da passioni o da mero bisogno vitale, necessità in primis di una retribuzione e successivamente di un sogno, di una prospettiva di carriera. Ovvietà e discorsi triti direte voi. Mica tanto però.
Di carriera ne abbiamo fatta tanta noi, che a suon di miliardi di colloqui siamo un personale eccellente riguardo alle risorse disumane. Assumeteci, assumeteci!!!
Una vita parallela. O forse più d'una. E mi sforzo ogni giorno di inventarmi parallele su parallele che non avranno mai un abbraccio alla fine del percorso. Finiranno tutte in fondo alla pagina. Come uno sfogo. Come questo. Che ne potessi afferare una di vita, per una volta. La mia, magari.
Vite parallele, dunque. Le vite dei fantasmi del duemila.
Di carriera ne abbiamo fatta tanta noi, che a suon di miliardi di colloqui siamo un personale eccellente riguardo alle risorse disumane. Assumeteci, assumeteci!!!
Una vita parallela. O forse più d'una. E mi sforzo ogni giorno di inventarmi parallele su parallele che non avranno mai un abbraccio alla fine del percorso. Finiranno tutte in fondo alla pagina. Come uno sfogo. Come questo. Che ne potessi afferare una di vita, per una volta. La mia, magari.
Vite parallele, dunque. Le vite dei fantasmi del duemila.
venerdì 13 luglio 2012
Sono stato a Parigi, stanotte.
Sono stato a Parigi stanotte. Sono stato in uno di quei bistrot dove non si può più fumare dentro, ma i posacenere sui tavoli li tengono ancora. Ho ricordato tanto. Le passioni, gli amori e le bevute. Sono stato a Parigi stanotte. L'ho rivista tutta in un sorso. L'odore delle sigarette fumate. La pioggia. Oh cavoli, la pioggia di quella città è unica. Non tanto l'odore, ma i colori. I marciapiedi neri. Il ghiaccio invernale. Rue Lepic. Io e tutti gli altri. L'amore l'ho imparato lì, fra un hamburger all'Indiana e un film in lingua originale. Avevo pochi soldi, tanta fame e tanta voglia di camminare.
Sono ritornato a Parigi stanotte. Sono andato e son tornato. Son partito da qui che ero ancora seduto a un pub. Sono rimasto là con i ricordi e mi son fermato. Sono tornato, adesso, con il sorriso sulle labbra. Place de Clichy, la fourche e la linea tredici della metro.
Sono a casa adesso, ma a Parigi ci si torna solo quando è lei a ospitarti. Stasera a Trocadéro, con gli occhi lucidi, la gola in fiamme e la Tour davanti al naso, ci sono stato davvero.
Sono ritornato a Parigi stanotte. Sono andato e son tornato. Son partito da qui che ero ancora seduto a un pub. Sono rimasto là con i ricordi e mi son fermato. Sono tornato, adesso, con il sorriso sulle labbra. Place de Clichy, la fourche e la linea tredici della metro.
Sono a casa adesso, ma a Parigi ci si torna solo quando è lei a ospitarti. Stasera a Trocadéro, con gli occhi lucidi, la gola in fiamme e la Tour davanti al naso, ci sono stato davvero.
lunedì 2 luglio 2012
Hanky prende voce in radio
Grazie all'iniziativa di Francesco Franceschini con il suo programma "Pagine in onda" per radio TNA, uno dei racconti pubblicati su questo blog "Il negozio del fotografo" ha preso voce. Per ascoltarlo basta cliccare qui.
(A.M.)
(A.M.)
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venerdì 8 giugno 2012
Un storia al Black Russian
Prove, provare, provato. L'habitué dei banconi sa di cosa parlo. Il mondo senza una piccola sfida non può esistere. Assaggiare un piatto nuovo, sfidare una tempesta mai incontrata fino a ora o oltrepassare la strada al di fuori delle strisce pedonali. Chi di voi non è mai andato "oltre"? Sì lo so, ci si sente spesso stupidi nel farlo, nel raccontarlo o nel pensarlo. Ma che volete? La vita quotidiana, quella fatta di minuti, larghi e lunghi, quella costruita dai ritmi di chissà quale ufficio è fatta così. Ci si mette alla prova. Si fallisce e si rifallisce ancora. A volte si vince, però. Bello o brutto che sia, tutto ciò che fate o che vi apprestiate a fare deve, in assoluto, essere sempre una sfida. Non ha importanza se tutto fa schifo. Il nuovo, l'incognita, vi farà comunque alzare il sopracciglio, spalancare gli occhi e vi farà dire un sano e rassicurante "ok". Lo so, straparlo e a volte scrivo stronzate. Quello che volevo dirvi, stanotte, è che è giusto lanciarsi. Provate, rischiate e bestemmiate, se le cose vanno male. Nessuno vi toglierà mai dalla testa il fatto di essere stati coraggiosi e pionieri di un modo di vivere privo di paure e carità. I sensi di colpa e gli affanni forzati dovrebbero abitare fuori dalla vostra casa. Quindi andate a correte. Amate un animale. Fidatevi di qualcuno una volta tanto. Prendetevi cura di voi stessi e per l'amor del cielo, fatevi una grande bevuta e una sonora scopata.
Il solito,
Hanky
Il solito,
Hanky
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