domenica 6 gennaio 2013

Sicilia, amore mio.

Provo spesso a parlare e a scrivere della mia Sicilia, di "sicilianità". Di appartenenza a questa terra. Ma non è cosa facile. Non ci riesco mai in un solo racconto; e nemmeno in cento.
Quando penso a quest'isola, ai suoi isolani e al mio isolarmi, provo la stessa sensazione che si prova a descrivere la tromba di Chet Baker. Come fai? Come puoi spiegarla? Impossibile. Non perché questa domanda appartenga a quel falso mito che "il jazz non si può spiegare perché è jazz". No. Il jazz non si può spiegare, perché sarebbe inutile farlo. A che serve spiegare delle note? Spiegare il singolo capoverso di un romanzo, piuttosto che sviscerare il motivo per cui un mastro artigiano ha deciso che la sua pipa debba essere in una forma invece che un'altra?
La mia Sicilia non va esposta, insegnata. La mia Sicilia è fatta dei miei cento racconti e di altri cento. È fatta delle mie serate in un pub in stile irlandese. È fatta di quegli sguardi umidi, terrificanti, mai innocenti, dei partner da bancone. Dei bicchieri lavati fino all'ultimo non-angolo del loro fondo. Del discutere, accaniti, della qualità delle cose. Della vita che è un sempre "da farsi". Dei fallimenti perché "le gioie arriveranno". Dei lutti; tristi, neri, gialli. Delle lacrime che sembrano crisantemi. Dei pini. Tantissimi pini. Dritti, di un verde scuro che puntano all'inesistente blu del cielo. Dei tramonti. Arancioni. Di un arancione vergognoso, splendido, antico.
La mia Sicilia è una terra strana. Contraddittoria? Molto. Banale? Mai, mai e poi mai.
La mia Sicilia è una nota di Chet Baker. Americana, delle volte. Inspiegabile, spesso. Una di quelle mamme a cui vuoi bene solo quando scappi da lei e che, da quel momento in poi, amerai per tutta la vita. Anche se ci morirai sopra.
Questa Sicilia, quella di oggi, che è quella di mille anni fa, è una sorella cattiva e dispettosa. Un'amica che ti ama e che per questo ti lascia andare.
Provo spesso a scrivere della mia Sicilia, della mia "sicilianità". E tutte le volte che lo faccio, finisco sempre per sbagliare tutto. Per storpiare la sua reale natura. Cado spesso in quelle discussioni da bancone in cui uno ti chiede: «Me lo spieghi il jazz?»

domenica 23 dicembre 2012

Questa non è una pipa


Noi fumatori di pipa, anche se s'indossa una certa età, siamo sempre oggetto di una piccola e leggera derisione pubblica. Si pensa erroneamente spesso che sia una cosa da vecchi. Datata o peggio ancora, desueta. Nessuno sa, invece, che di "vecchi" con la pipa non ce ne sono più. Parlate voi, fumatori esclusivi di sigarette, che dell'oggetto in sé poco v'importa, perché lo buttate con menefreghismo sulla schiena dei marciapiedi, e bruciate tabacco e polmoni. E lo pestate, arroganti e volgari, pur di spegnerlo.
A noi fumatori di pipa, pipari, pipaioli e pipisti, interessa gustare, assaporare, odorare e nobilitare la riflessione attraverso i tabacchi. E per farlo bisogna studiare, innamorarsi e appassionarsi.
Quando finisci di fumare una pipa non la butti mica. La tieni, la conservi. La riponi in tasca, ancora calda come un'amante dopo l'amplesso. E come tale la curi. Ogni volta. Ogni santa volta che vuoi fumarla. Per noi la pipa è una compagna. Una sorta di complice. Silenziosa e affascinante. E questo vizio, questo modo di nobilitare il tabacco, non ce l'ha nessuno. Né il fumatore di sigarette né quello di sigari. Tenetevi per voi i vostri insignificanti e traboccati giudizi. Tanto un fumatore di pipa lo fisserete sempre. Sarà sempre al centro dell'attenzione; la vostra. Perché è una setta per voi, per noi. Perché non è un colpo di accendino e via. Perché si può pure stare zitti e soli e goderne come se si fosse Dio.

sabato 15 dicembre 2012

Lascialo stare: è un bravo picciotto

Davvero; io voglio solo andare a dormire. Ma qualcosa è andato storto. Come quella sera, eravamo in tre a un tavolo qualsiasi di un comune locale notturno della periferia siracusana, in cui un mio amico scrittore, che di nome faceva Giovanni, ci leggeva con passione ciò che aveva appena scritto. Partorito. Fu un attimo, un lampo, che di colpo qualcuno iniziò a insorgere contro lui. Contro di me.
"Ha voglia di fare casino a tutti i costi", mi dissero i suoi compari. "No è che è un coglione" risposero alcuni presenti. Bastò questo per distruggere gli intenti nobili di Giovanni, dagli occhiali in osso neri e grandi, così come era il suo capello grigio di lana che gli copriva in parte lo sguardo ubriaco, che volle solo raccontarci una storia con l'apparente  intenzione di escluderci dalla performance. O forse, involontariamente, volle coinvolgere tutti, a suo discapito. Questo è ancora da capirsi.  Lo so, lo so. Vi sto violentando con la solita, spicciola, morale d'apertura. Quindi, mi fermo. Non voglio né dilungarmi né divagare. Voglio semplicemente dirvi che l'intromissione violenta, offensiva e gratuita di quell'orso, che solo-perché-io-non-la-penso-come-te-allora-devi-morire, distrusse inesorabilmente la vita di qualcuno. Quella di Giovanni, forse, e anche quella di Aldo, l'altro terzo del tavolo. E in tutta onestà, anche quella mia.
Fu quel "non la penso come te" che mi divorò e mi istigò, continuamente, a numerosi e consequenziali conati di vomito che non mi permisero di dormire. Proprio come adesso. A distanza di anni. Dopo un paio di vite vissute.
Io, quella sera, avrei voluto solo addormentarmi e invece, quel tizio, mi tenne e mi tiene sveglio come fosse un faro gigante che punta dritto sulla mia faccia nel bel mezzo della notte. Un'angoscia abbracciatasi al buio della mia camera da letto. Per sempre.
Rimugino e rimugino e quel che mi viene da dirvi è: se questa insurrezione è l'arma letale che l'uomo spende nei confronti dei suoi simili, io, con enorme gioia, mi tengo fuori. Davvero.  Non voglio più niente dal pianeta Terra. Non voglio credere, assolutamente, più a niente. Non voglio nessuno. Non voglio nessun confronto. L'unica cosa che voglio e che volevo, è quella di dormire. Lasciatemi a occhi chiusi. Fermo lì. Immobile. Rannicchiato in posizione fetale nella speranza che il risveglio mi porti a un'altra nascita. In un altro posto. In un altro pianeta. Che siate voi a eliminarvi e che non sia io a farlo con le mie mani. Con le mie sbiadite parole. Ecco.

giovedì 13 dicembre 2012

Trenino fai da te: capodanno 2012


Superata la bufala della fine del mondo, del Natale e delle prime cene da campagnoli, com'è da tradizione, dopo l'ultimo secondo di questo 2012 zoppo, balbuziente e anche un po' cafone, partiranno in tutto il mondo occidentale trenini a dismisura. Il “pepepepè” è d'obbligo e “Brigitte Bardot, Bardot” non potrà certo mancare. Mani unte e sudaticce sulle spalle del commensale che vi precede (per capirci: un parente antipatico a caso, che nessuno aveva invitato e che, invece, è un "sempre-presente" a qualsiasi festa familiare si organizzi) e il telefonino che trabocca di sms, tutti uguali, di disinteressato e plasticoso augurio. Inutile dirvi che chi non si lascia trasportare da questa magica e splendida euforia (sigh!) del «Dai ma che fai non ti alzi per il trenino pure tu?», rischia di iniziare l'anno nuovo col peggiore degli animi. Nuovo; che poi secondo me ci riciclano sempre lo stesso anno (di sicuro il 1994 data la ri-ri-ri-ri-ri-ri-ri-scesa in campo di Berlusconi), cambiando copertina e aggiungendo, con meticolosa precisione, dieci preoccupazioni per ogni mezza gioia recuperata. Proprio per questo, se proprio non riuscite ad evitare il trenino di cui sopra, è mio dovere consigliarvi di inneggiare al capodanno (avendo bevuto un buon sorso di alcol puro, perché ce ne sarà bisogno, credetemi), con queste cinque probabili musiche per trenini, divise per tipologia di festeggiato:
1) The Rolling Stones - Start me Up: Per chi ha brindato con Jack e birra e al risveglio più che pensare al nuovo anno, esclamerà  «ma dove cacchio sono e chi è quel folle che ha lasciato del rum ancora dentro la bottiglia?». 
2) Frank Sinatra - You are the sunshine of my life:  Per tutti quelli che «va bene lo "sciampagn", ma io vado di spumante, perché italiano è bello e visto che sono italiano, sono bello pure io».
3) The Beatles - Obladì Obladà: Per chi è da solo e «va bene così tanto i parenti e gli amici li odio tutti, anche se, almeno, avrei voluto brindare con la mia fidanzata che, invece, è non con quella stronza dell'amica sua».
4) Elton John - Crocodile Rock: Per chi ha speso 300 euro (e forse sono pochi) per il famoso cenone di capodanno che «a noi ci piace farla sporca, tanto è l'ultimo capodanno perché i Maya ci hanno detto che hanno spostato tutto al febbraio 2013 e noi ci crediamo perché loro sono gente seria».
5) Enzo Jannacci - Quelli che... : Per tutto il resto del mondo che, da sempre, affida i propri capodanni a qualche amico che ha avuto l'idea migliore, ovvero: «Ognuno a casa sua e poi ci si vede da sbronzi in giro per la città, esattamente come abbiamo fatto per il resto dei 364 giorni di quest'anno».
Buone vacanze. 
Hanky. 

giovedì 6 dicembre 2012

È un viaggio per viandanti pazienti, un libro.


C'è chi non lo sopporta. Di passeggiare per qualche ora in una delle librerie del centro, dico. Per me, invece, è un momento di fuga spensierata, di ricerca. E' tutto uno girarsi e strizzare gli occhi e chinarsi. Mi piace pensare che gli autori siano lì, a mia disposizione, e che quando ne tiro fuori uno con forza, incastrato fra altri mille, lo libero dall'anonimato. Mi sembra sempre di sentire un grazie-anche-se-non-ti-conosco. Bisogna passarci molto tempo nelle librerie. E passeggiare con calma. Perché per conoscere qualcuno, almeno un po', almeno per sbirciare la sua quarta di copertina, ci vuole tanta dedizione e altrettanto amore.

giovedì 29 novembre 2012

Tecnicamente (Lettera aperta al blog di Hanky, di Simone Cassarino)

Caro Hanky, cari lettori. 
Tecnicamente, in un governo quelle decisioni prese dai tecnici, non sono tecniche, ma politiche. Il politico-tecnico, tecnicamente, è come un idraulico: se sei fortunato ti sistema i tubi, se sei sfortunato, si fà anche tua moglie. Tecnicamente! 
Tecnicamente, dai Monti alla Passera ci sono tanti idraulici, in un'assemblea fra tecnici, dove tecnicamente, discutono di giunture da sistemare, e tubi da cambiare, riducendo comunque il flusso d'acqua. Tecnicamente, l'acqua serve, ma è dei tecnici che potremmo fare a meno. 
Tecnicamente un muratore è un tecnico, ti può costruire la casa e, se è bravo, le fondamenta sono solide. Altrimenti, ti crolla addosso. 
Peccato che tecnicamente il muratore incapace, quando costruisce il suo di tetto, smette di essere un incapace, diventando tecnicamente minuzioso. E' con il mio di tetto che è approssimativo (gli crollasse a lui in testa...sempre tecnicamente eh?). 
Il problema, infine, è che "tecnicamente" non si possono sedere in Parlamento idraulici o muratori, anche se "politicamente" sarebbero più politici dei tecnici e chi lo sa, magari riuscirebbero a risolvere realmente i problemi di un popolo.

di Simone Cassarino

sabato 24 novembre 2012

Tutte le volte che dico addio

Mi accendo la pipa e mi siedo. Davanti a me ci sono due mie cari amici. Amicizie da pub. Amici autentici. Naturali. Si chiacchiera e si ride. Si parla di politica, di sfruttamento del lavoro. Alzo la voce sulla disumana condizione degli extracomunitari che io amo chiamare "gente del mondo" e ci si commuove. Beviamo. Un sorso al mio bicchiere, uno a testa, i due ai loro bicchieri. Stringo la pipa, faccio un paio di boccate e mi libero sopra le teste di tutti seguendo il fumo del mio tabacco. Siamo tanti e siamo in pochi. Noi tre a quel tavolo. Sentiamo profonda la nostra non diffidenza e percepiamo ancora più forte la voglia di parlare con chi non la pensa come noi. «Qui manca il pluralismo», dice Marco. «Abbiamo sempre ragione solo fra noi pochi», sostiene Nello. E si va avanti, per ore. Il tempo passa così in fretta che arriviamo quasi a baciare l'alba. Gli occhi sono ancora lucidi, soprattutto i miei. Poi un saluto veloce e si va a casa. La mia macchina è lontana e da sotto il cielo, piccolo come sono, piove. Le mie scarpe di tela singhiozzano sopra le pozzanghere e finalmente entro in macchina. Sono al sicuro, sul sedile del guidatore e penso: «quante di queste discussioni gli altri fanno?» Spero tante. Infinite. Spero di far parte della massa. La stessa che per me significa popolo. Significa identità, dignità umana. Penso a chi crede in Dio e viene deriso. Penso a chi non ci crede e viene ugualmente umiliato, sbeffeggiato. Rifletto sulla non dignità umana di questo paese. Penso a me. A voi. E a fatica, riesco a chiudere gli occhi, nella speranza di svegliarmi domani e di avere ancora la voglia di scrivervi, con la mia solita rabbia, con il mio inguaribile caratteraccio, con la voglia di sentire la vostra voce che mi critica e mi approva."

domenica 21 ottobre 2012

La Casa Rosa

Scrivo di notte, perché di notte si scrive bene. Meglio. Di notte, più che altro, si possono giustificare i refusi (e io ne sono un campione) e qualche frase stralunata. Nella casa rosa poi, ogni singolarità, ogni forma di diseguale conformità comportamentale, sembra passare in secondo piano. Ci si sente come ospiti. Come parte temporanea di altri racconti, altri modi di vivere la vita. Viaggiatori disorganizzati di una gita faticosa, già programmata. Eppure, geniale. Sarà forse colpa di questo rosa, totalmente assente nell'appartamento, che ti costringe a immaginarlo, a ficcarti dentro un'idea di perfezione nonostante la polvere, lo sporco dei piatti e le nebbie delle sigarette. Qui è sempre notte. Tutto difforme, sbiadito. Tutto giustificabile. E se anche a voi, un giorno, capiterà di entrare nella Casa rosa, fermatevi. Respirate a lungo e sgualcitevi i pensieri. Dite due o tre parolacce e poi brindate. Se fumate è anche meglio. E' un rituale. Penserete a noi, che siamo stati qui e che da qui non siamo più andati via. Noi che fuori di qui non abbiamo avuto più il senso della notte. Privati di quel buio che assolveva, scagionava l'arrivo della luce del mattino, così immensa e codarda.

giovedì 11 ottobre 2012

Parlare di notte

Serata strana. Molto strana. Una di quelle in cui t'aspetti sempre che la radio passi un brano degli Stones. Quelle ore notturne dove il mondo converge tutto in un tavolo verde, di plastica. Dove l'assortimento delle persone tutto può e tutto comunica. Io ero lì. In mezzo. A volte isolato, altre no. Neanche fossi Jean-Baptiste Clamence in qualche bettola di Amsterdam. Le ore, stasera, non passavano. Non ne avevano bisogno. Inizio e fine. Ecco tutto. Bastava sedersi e poi andare via. Alzarsi piano piano, mettere una mano nella tasca della giacca e poi, spaesato e distorto, andare via. Nessuno ricorderà mai cos'è successo a quel tavolo. Di plastica. Io, per esempio, non ricordo nulla. Solo una manciata di persone con un bicchiere in mano, la numerologia e il mio amico Antonello che girava sigarette. Prima una. Poi due, tre... e così via. Fumavo e bevevo. Stavano lì. Seduti. E io guardavo. Guardavo questo teatro di anime siciliane e lo spettacolo, vi assicuro, era la migliore commedia umana del mondo.

mercoledì 29 agosto 2012

L'arte contro il razzismo

Pensate a un pittore. Un pittore razzista, che per fare i suoi quadri usa un solo colore e un solo pennello. Ha speso tanto nel disegnare il suo quadro e adesso che è il momento di dipingerlo, di renderlo vivo e vitale, ha un solo colore nella sua tavolozza. Dopo le prime pennellate si accorge di aver perso tutto. Il volto di quella donna, non si vede più. Gli alberi, il cielo, gli sguardi della gente sullo sfondo. Niente. Poi, arriva suo figlio. E' piccolo, ma piuttosto sveglio. Guarda dal basso il padre e fa: "Papà, la maestra m'ha detto di disegnare i miei compagni di classe. E siamo tanti in classe. Tutti con la pelle diversa. Chi egiziano, chi italiano, del nord e del sud, chi inglese, francese e pure uno musulmano. Che non so dove si trovi la musulmania, ma musulmano lo è. Lo dice pure Gianni, il mio compagno di banco." Il padre, pittore, ride ma è confuso. "Che vuoi da me?" chiede nervoso. E il piccolino: "Ho pensato che il miglior modo per disegnare tutti è quello di disegnare qualcosa che non ha nazioni, lingue o malanni mentali. Ho pensato di dipingere la musica. Ma io non so dipingere. Tu sì, invece. Ma ti servono tanti colori. Tutti. Anche quelli che non esistono. Con quello soltanto non puoi nemmeno farmi i capelli. Li ho biondi?! Perciò, papà, butta via quel nero e compra tanti colori. Perché se tu non riesci a dipingere la musica, la mia classe scompare. E se scompaiono i miei compagni, scompaio pure io."