Davvero; io voglio solo andare a dormire. Ma qualcosa è andato storto. Come quella sera, eravamo in tre a un tavolo qualsiasi di un comune locale notturno della periferia siracusana, in cui un mio amico scrittore, che di nome faceva Giovanni, ci leggeva con passione ciò che aveva appena scritto. Partorito. Fu un attimo, un lampo, che di colpo qualcuno iniziò a insorgere contro lui. Contro di me.
"Ha voglia di fare casino a tutti i costi", mi dissero i suoi compari. "No è che è un coglione" risposero alcuni presenti. Bastò questo per distruggere gli intenti nobili di Giovanni, dagli occhiali in osso neri e grandi, così come era il suo capello grigio di lana che gli copriva in parte lo sguardo ubriaco, che volle solo raccontarci una storia con l'apparente intenzione di escluderci dalla performance. O forse, involontariamente, volle coinvolgere tutti, a suo discapito. Questo è ancora da capirsi. Lo so, lo so. Vi sto violentando con la solita, spicciola, morale d'apertura. Quindi, mi fermo. Non voglio né dilungarmi né divagare. Voglio semplicemente dirvi che l'intromissione violenta, offensiva e gratuita di quell'orso, che solo-perché-io-non-la-penso-come-te-allora-devi-morire, distrusse inesorabilmente la vita di qualcuno. Quella di Giovanni, forse, e anche quella di Aldo, l'altro terzo del tavolo. E in tutta onestà, anche quella mia.
Fu quel "non la penso come te" che mi divorò e mi istigò, continuamente, a numerosi e consequenziali conati di vomito che non mi permisero di dormire. Proprio come adesso. A distanza di anni. Dopo un paio di vite vissute.
Io, quella sera, avrei voluto solo addormentarmi e invece, quel tizio, mi tenne e mi tiene sveglio come fosse un faro gigante che punta dritto sulla mia faccia nel bel mezzo della notte. Un'angoscia abbracciatasi al buio della mia camera da letto. Per sempre.
Rimugino e rimugino e quel che mi viene da dirvi è: se questa insurrezione è l'arma letale che l'uomo spende nei confronti dei suoi simili, io, con enorme gioia, mi tengo fuori. Davvero. Non voglio più niente dal pianeta Terra. Non voglio credere, assolutamente, più a niente. Non voglio nessuno. Non voglio nessun confronto. L'unica cosa che voglio e che volevo, è quella di dormire. Lasciatemi a occhi chiusi. Fermo lì. Immobile. Rannicchiato in posizione fetale nella speranza che il risveglio mi porti a un'altra nascita. In un altro posto. In un altro pianeta. Che siate voi a eliminarvi e che non sia io a farlo con le mie mani. Con le mie sbiadite parole. Ecco.
sabato 15 dicembre 2012
giovedì 13 dicembre 2012
Trenino fai da te: capodanno 2012
Superata la bufala della fine del mondo, del Natale e delle prime cene da campagnoli, com'è da tradizione, dopo l'ultimo secondo di questo 2012 zoppo, balbuziente e anche un po' cafone, partiranno in tutto il mondo occidentale trenini a dismisura. Il “pepepepè” è d'obbligo e “Brigitte Bardot, Bardot” non potrà certo mancare. Mani unte e sudaticce sulle spalle del commensale che vi precede (per capirci: un parente antipatico a caso, che nessuno aveva invitato e che, invece, è un "sempre-presente" a qualsiasi festa familiare si organizzi) e il telefonino che trabocca di sms, tutti uguali, di disinteressato e plasticoso augurio. Inutile dirvi che chi non si lascia trasportare da questa magica e splendida euforia (sigh!) del «Dai ma che fai non ti alzi per il trenino pure tu?», rischia di iniziare l'anno nuovo col peggiore degli animi. Nuovo; che poi secondo me ci riciclano sempre lo stesso anno (di sicuro il 1994 data la ri-ri-ri-ri-ri-ri-ri-scesa in campo di Berlusconi), cambiando copertina e aggiungendo, con meticolosa precisione, dieci preoccupazioni per ogni mezza gioia recuperata. Proprio per questo, se proprio non riuscite ad evitare il trenino di cui sopra, è mio dovere consigliarvi di inneggiare al capodanno (avendo bevuto un buon sorso di alcol puro, perché ce ne sarà bisogno, credetemi), con queste cinque probabili musiche per trenini, divise per tipologia di festeggiato:
1) The Rolling Stones - Start me Up: Per chi ha brindato con Jack e birra e al risveglio più che pensare al nuovo anno, esclamerà «ma dove cacchio sono e chi è quel folle che ha lasciato del rum ancora dentro la bottiglia?».
2) Frank Sinatra - You are the sunshine of my life: Per tutti quelli che «va bene lo "sciampagn", ma io vado di spumante, perché italiano è bello e visto che sono italiano, sono bello pure io».
3) The Beatles - Obladì Obladà: Per chi è da solo e «va bene così tanto i parenti e gli amici li odio tutti, anche se, almeno, avrei voluto brindare con la mia fidanzata che, invece, è non con quella stronza dell'amica sua».
4) Elton John - Crocodile Rock: Per chi ha speso 300 euro (e forse sono pochi) per il famoso cenone di capodanno che «a noi ci piace farla sporca, tanto è l'ultimo capodanno perché i Maya ci hanno detto che hanno spostato tutto al febbraio 2013 e noi ci crediamo perché loro sono gente seria».
5) Enzo Jannacci - Quelli che... : Per tutto il resto del mondo che, da sempre, affida i propri capodanni a qualche amico che ha avuto l'idea migliore, ovvero: «Ognuno a casa sua e poi ci si vede da sbronzi in giro per la città, esattamente come abbiamo fatto per il resto dei 364 giorni di quest'anno».
Buone vacanze.
Hanky.
giovedì 6 dicembre 2012
È un viaggio per viandanti pazienti, un libro.
C'è chi non lo sopporta. Di passeggiare per qualche ora in una delle librerie del centro, dico. Per me, invece, è un momento di fuga spensierata, di ricerca. E' tutto uno girarsi e strizzare gli occhi e chinarsi. Mi piace pensare che gli autori siano lì, a mia disposizione, e che quando ne tiro fuori uno con forza, incastrato fra altri mille, lo libero dall'anonimato. Mi sembra sempre di sentire un grazie-anche-se-non-ti-conosco. Bisogna passarci molto tempo nelle librerie. E passeggiare con calma. Perché per conoscere qualcuno, almeno un po', almeno per sbirciare la sua quarta di copertina, ci vuole tanta dedizione e altrettanto amore.
giovedì 29 novembre 2012
Tecnicamente (Lettera aperta al blog di Hanky, di Simone Cassarino)
Caro Hanky, cari lettori.
Tecnicamente, in un governo quelle decisioni prese dai tecnici, non sono tecniche, ma politiche. Il politico-tecnico, tecnicamente, è come un idraulico: se sei fortunato ti sistema i tubi, se sei sfortunato, si fà anche tua moglie. Tecnicamente!
Tecnicamente, dai Monti alla Passera ci sono tanti idraulici, in un'assemblea fra tecnici, dove tecnicamente, discutono di giunture da sistemare, e tubi da cambiare, riducendo comunque il flusso d'acqua. Tecnicamente, l'acqua serve, ma è dei tecnici che potremmo fare a meno.
Tecnicamente un muratore è un tecnico, ti può costruire la casa e, se è bravo, le fondamenta sono solide. Altrimenti, ti crolla addosso.
Peccato che tecnicamente il muratore incapace, quando costruisce il suo di tetto, smette di essere un incapace, diventando tecnicamente minuzioso. E' con il mio di tetto che è approssimativo (gli crollasse a lui in testa...sempre tecnicamente eh?).
Il problema, infine, è che "tecnicamente" non si possono sedere in Parlamento idraulici o muratori, anche se "politicamente" sarebbero più politici dei tecnici e chi lo sa, magari riuscirebbero a risolvere realmente i problemi di un popolo.
di Simone Cassarino
Tecnicamente, in un governo quelle decisioni prese dai tecnici, non sono tecniche, ma politiche. Il politico-tecnico, tecnicamente, è come un idraulico: se sei fortunato ti sistema i tubi, se sei sfortunato, si fà anche tua moglie. Tecnicamente!
Tecnicamente, dai Monti alla Passera ci sono tanti idraulici, in un'assemblea fra tecnici, dove tecnicamente, discutono di giunture da sistemare, e tubi da cambiare, riducendo comunque il flusso d'acqua. Tecnicamente, l'acqua serve, ma è dei tecnici che potremmo fare a meno.
Tecnicamente un muratore è un tecnico, ti può costruire la casa e, se è bravo, le fondamenta sono solide. Altrimenti, ti crolla addosso.
Peccato che tecnicamente il muratore incapace, quando costruisce il suo di tetto, smette di essere un incapace, diventando tecnicamente minuzioso. E' con il mio di tetto che è approssimativo (gli crollasse a lui in testa...sempre tecnicamente eh?).
Il problema, infine, è che "tecnicamente" non si possono sedere in Parlamento idraulici o muratori, anche se "politicamente" sarebbero più politici dei tecnici e chi lo sa, magari riuscirebbero a risolvere realmente i problemi di un popolo.
di Simone Cassarino
sabato 24 novembre 2012
Tutte le volte che dico addio
Mi accendo la pipa e mi siedo. Davanti a me ci sono due mie cari amici. Amicizie da pub. Amici autentici. Naturali. Si chiacchiera e si ride. Si parla di politica, di sfruttamento del lavoro. Alzo la voce sulla disumana condizione degli extracomunitari che io amo chiamare "gente del mondo" e ci si commuove. Beviamo. Un sorso al mio bicchiere, uno a testa, i due ai loro bicchieri. Stringo la pipa, faccio un paio di boccate e mi libero sopra le teste di tutti seguendo il fumo del mio tabacco. Siamo tanti e siamo in pochi. Noi tre a quel tavolo. Sentiamo profonda la nostra non diffidenza e percepiamo ancora più forte la voglia di parlare con chi non la pensa come noi. «Qui manca il pluralismo», dice Marco. «Abbiamo sempre ragione solo fra noi pochi», sostiene Nello. E si va avanti, per ore. Il tempo passa così in fretta che arriviamo quasi a baciare l'alba. Gli occhi sono ancora lucidi, soprattutto i miei. Poi un saluto veloce e si va a casa. La mia macchina è lontana e da sotto il cielo, piccolo come sono, piove. Le mie scarpe di tela singhiozzano sopra le pozzanghere e finalmente entro in macchina. Sono al sicuro, sul sedile del guidatore e penso: «quante di queste discussioni gli altri fanno?» Spero tante. Infinite. Spero di far parte della massa. La stessa che per me significa popolo. Significa identità, dignità umana. Penso a chi crede in Dio e viene deriso. Penso a chi non ci crede e viene ugualmente umiliato, sbeffeggiato. Rifletto sulla non dignità umana di questo paese. Penso a me. A voi. E a fatica, riesco a chiudere gli occhi, nella speranza di svegliarmi domani e di avere ancora la voglia di scrivervi, con la mia solita rabbia, con il mio inguaribile caratteraccio, con la voglia di sentire la vostra voce che mi critica e mi approva."
domenica 21 ottobre 2012
La Casa Rosa
Scrivo di notte, perché di notte si scrive bene. Meglio. Di notte, più che altro, si possono giustificare i refusi (e io ne sono un campione) e qualche frase stralunata. Nella casa rosa poi, ogni singolarità, ogni forma di diseguale conformità comportamentale, sembra passare in secondo piano. Ci si sente come ospiti. Come parte temporanea di altri racconti, altri modi di vivere la vita. Viaggiatori disorganizzati di una gita faticosa, già programmata. Eppure, geniale. Sarà forse colpa di questo rosa, totalmente assente nell'appartamento, che ti costringe a immaginarlo, a ficcarti dentro un'idea di perfezione nonostante la polvere, lo sporco dei piatti e le nebbie delle sigarette. Qui è sempre notte. Tutto difforme, sbiadito. Tutto giustificabile. E se anche a voi, un giorno, capiterà di entrare nella Casa rosa, fermatevi. Respirate a lungo e sgualcitevi i pensieri. Dite due o tre parolacce e poi brindate. Se fumate è anche meglio. E' un rituale. Penserete a noi, che siamo stati qui e che da qui non siamo più andati via. Noi che fuori di qui non abbiamo avuto più il senso della notte. Privati di quel buio che assolveva, scagionava l'arrivo della luce del mattino, così immensa e codarda.
giovedì 11 ottobre 2012
Parlare di notte
Serata strana. Molto strana. Una di quelle in cui t'aspetti sempre che la radio passi un brano degli Stones. Quelle ore notturne dove il mondo converge tutto in un tavolo verde, di plastica. Dove l'assortimento delle persone tutto può e tutto comunica. Io ero lì. In mezzo. A volte isolato, altre no. Neanche fossi Jean-Baptiste Clamence in qualche bettola di Amsterdam. Le ore, stasera, non passavano. Non ne avevano bisogno. Inizio e fine. Ecco tutto. Bastava sedersi e poi andare via. Alzarsi piano piano, mettere una mano nella tasca della giacca e poi, spaesato e distorto, andare via. Nessuno ricorderà mai cos'è successo a quel tavolo. Di plastica. Io, per esempio, non ricordo nulla. Solo una manciata di persone con un bicchiere in mano, la numerologia e il mio amico Antonello che girava sigarette. Prima una. Poi due, tre... e così via. Fumavo e bevevo. Stavano lì. Seduti. E io guardavo. Guardavo questo teatro di anime siciliane e lo spettacolo, vi assicuro, era la migliore commedia umana del mondo.
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mercoledì 29 agosto 2012
L'arte contro il razzismo
Pensate a un pittore. Un pittore razzista, che per fare i suoi quadri usa un solo colore e un solo pennello. Ha speso tanto nel disegnare il suo quadro e adesso che è il momento di dipingerlo, di renderlo vivo e vitale, ha un solo colore nella sua tavolozza. Dopo le prime pennellate si accorge di aver perso tutto. Il volto di quella donna, non si vede più. Gli alberi, il cielo, gli sguardi della gente sullo sfondo. Niente. Poi, arriva suo figlio. E' piccolo, ma piuttosto sveglio. Guarda dal basso il padre e fa: "Papà, la maestra m'ha detto di disegnare i miei compagni di classe. E siamo tanti in classe. Tutti con la pelle diversa. Chi egiziano, chi italiano, del nord e del sud, chi inglese, francese e pure uno musulmano. Che non so dove si trovi la musulmania, ma musulmano lo è. Lo dice pure Gianni, il mio compagno di banco." Il padre, pittore, ride ma è confuso. "Che vuoi da me?" chiede nervoso. E il piccolino: "Ho pensato che il miglior modo per disegnare tutti è quello di disegnare qualcosa che non ha nazioni, lingue o malanni mentali. Ho pensato di dipingere la musica. Ma io non so dipingere. Tu sì, invece. Ma ti servono tanti colori. Tutti. Anche quelli che non esistono. Con quello soltanto non puoi nemmeno farmi i capelli. Li ho biondi?! Perciò, papà, butta via quel nero e compra tanti colori. Perché se tu non riesci a dipingere la musica, la mia classe scompare. E se scompaiono i miei compagni, scompaio pure io."
martedì 21 agosto 2012
Ho un amico a cui hanno ammazzato il fratello
Le notti passano con molta facilità. Tutte uguali e tutte scarne di senso. Come questa. Poi mi capita di fare le ore piccole con un rum in mano e un amico al fianco che mi racconta la sua vita passata e di nervi ancora scoperti. Quei nervi che fanno ancora male. Molto male. Una ferita perennemente aperta. Mi racconta di suo fratello, morto in un incidente stradale. Quando parla, tutto sembra avere una dinamica semplice, banale. Quasi ovvia. Poi prende il coraggio a due mani e mi spiega che un nuovo processo si aprirà. Che suo fratello è morto, sì, in modalità del tutto circostanziali, ma che delle persone hanno fatto di tutto per nascondere la verità. "Hanno occultato il colpevole", dice. Ed è lì che il mio cuore si ferma, che il sangue mi entra in circolo al doppio dei giri dovuti e mi prende la rabbia. Penso che molte persone non hanno voce. Che neanch'io ho una gran voce. Ma di certo riesco a urlare un po' di più. Più di lui. Posso farlo, credo. E se io urlo di tanto in più di lui, allora, è giusto ch'io gli dia la mia voce. E ce ne vorranno altri mille rum prima ch'io riesca a raccontarvi la sua storia. La storia di suo fratello. Ma lo farò.
Qui, in questa terra, è tutto un Forte Apache. Una storia in bianco e nero.
Qui, in questa terra, è tutto un Forte Apache. Una storia in bianco e nero.
domenica 19 agosto 2012
Ogni speranza è un debito
Vivo una vita parallela. Confinata spesso in un desiderio lavorativo e in un'ambizione umana. Questo è quello che mi rimane. Quello che la civiltà, oggi, offre. E non puoi farci niente. Sembra che stiano continuamente occludendo ogni porta. Ogni via. Hanno tolto al mondo la capacità d'inventarsi un lavoro, un sogno. E si viaggia malamente così. Un avanti e indietro del tutto mentale, privo di forma, di contenuto. Privo di ogni possibile realizzazione tangibile. Un continuo mettere di virgole, punti e virgola e capoversi forzati. Scarni di ogni senso pragmatico delle cose. Impieghi ore e ore a stilare il tuo curriculum, schede statistiche per neolaureati e non fai altro che sprecare moneta sonante per buste gommate che finiranno in qualche cestino a lato di una scrivania grigia, metallica, con tante carte sopra e nessuna opera significante all'interno dei cassetti. Quello che mi fa più paura, per altro, è che non è tanto il lavoro a mancare, ma i salari. L'uomo non è nato per lavorare si sa. Il lavoro, spinto da passioni o da mero bisogno vitale, necessità in primis di una retribuzione e successivamente di un sogno, di una prospettiva di carriera. Ovvietà e discorsi triti direte voi. Mica tanto però.
Di carriera ne abbiamo fatta tanta noi, che a suon di miliardi di colloqui siamo un personale eccellente riguardo alle risorse disumane. Assumeteci, assumeteci!!!
Una vita parallela. O forse più d'una. E mi sforzo ogni giorno di inventarmi parallele su parallele che non avranno mai un abbraccio alla fine del percorso. Finiranno tutte in fondo alla pagina. Come uno sfogo. Come questo. Che ne potessi afferare una di vita, per una volta. La mia, magari.
Vite parallele, dunque. Le vite dei fantasmi del duemila.
Di carriera ne abbiamo fatta tanta noi, che a suon di miliardi di colloqui siamo un personale eccellente riguardo alle risorse disumane. Assumeteci, assumeteci!!!
Una vita parallela. O forse più d'una. E mi sforzo ogni giorno di inventarmi parallele su parallele che non avranno mai un abbraccio alla fine del percorso. Finiranno tutte in fondo alla pagina. Come uno sfogo. Come questo. Che ne potessi afferare una di vita, per una volta. La mia, magari.
Vite parallele, dunque. Le vite dei fantasmi del duemila.
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