Ho bevuto al tavolo con amici, stasera. Come sempre. Poi, un'amico, m'ha offerto un sigaro. Buono, buonissimo. M'ha raccontato che le cose vanno storte, in un momento mio che, invece, s'addrizzano. Ho fumato di gusto il sigaro, un Toscano. Storto, com'è di natura sua e proprio per natura che porta nelle nervatura, curva e deformata, è ancora più buono. Un compagno, un fratello, come chi me l'ha offerto. Ora, rientrando a casa sotto pioggia battente, m'è venuto in mente De Filippo. In una sua intervista (che adesso riporto copiaincollando da Wikipedia per pigrizia e brevità) disse «In qualunque mestiere, in qualunque professione è bene tenere conto di questo: chi lavora egoisticamente non arriva a niente. Chi lavora altruisticamente se lo ritrova, il lavoro fatto». Cerco di lavorare, di costruire e perseverare nel bene gli affetti, tirando al meno l'egoismo (capita spesso, troppo spesso di parlare di sé, di me, e nulla può a risparmiarsi) perché un sigaro offerto, buono, buonissimo, sotto un temporale è un sigaro che poi offrirò, sotto l'acqua maledetta, dopo una pozzanghera pestata, dopo un «bene a me e bene pure a te, sempre». Ecco, quindi, la mia buonanotte; a un sigaro offerto e poi tornato, ombrello sotto la pioggia, goduria di vita storta. Oggi a me e domani a te. La fortuna, intendo.
venerdì 22 novembre 2013
Buonanotte al sigaro
Ho bevuto al tavolo con amici, stasera. Come sempre. Poi, un'amico, m'ha offerto un sigaro. Buono, buonissimo. M'ha raccontato che le cose vanno storte, in un momento mio che, invece, s'addrizzano. Ho fumato di gusto il sigaro, un Toscano. Storto, com'è di natura sua e proprio per natura che porta nelle nervatura, curva e deformata, è ancora più buono. Un compagno, un fratello, come chi me l'ha offerto. Ora, rientrando a casa sotto pioggia battente, m'è venuto in mente De Filippo. In una sua intervista (che adesso riporto copiaincollando da Wikipedia per pigrizia e brevità) disse «In qualunque mestiere, in qualunque professione è bene tenere conto di questo: chi lavora egoisticamente non arriva a niente. Chi lavora altruisticamente se lo ritrova, il lavoro fatto». Cerco di lavorare, di costruire e perseverare nel bene gli affetti, tirando al meno l'egoismo (capita spesso, troppo spesso di parlare di sé, di me, e nulla può a risparmiarsi) perché un sigaro offerto, buono, buonissimo, sotto un temporale è un sigaro che poi offrirò, sotto l'acqua maledetta, dopo una pozzanghera pestata, dopo un «bene a me e bene pure a te, sempre». Ecco, quindi, la mia buonanotte; a un sigaro offerto e poi tornato, ombrello sotto la pioggia, goduria di vita storta. Oggi a me e domani a te. La fortuna, intendo.
martedì 4 giugno 2013
Tre settimane tre
Tre settimane. Sono rimasto solo, isolato, per tre settimane. Dal 12 di maggio la casa base sembra lontana. Sembra una corsa a vuoto, anche se così non è. Il mio cane è lontano tre settimane, la riscrittura di un progetto è iniziata tre settimane fa e, ormai ne sono certo, tre settimane fa mi hanno infilato un imbuto in testa, che adesso è stretto e inizia a dare pure fastidio.
Tre settimane è l'unità di misura di questo mio tempo. Piccolo, striminzito tempo. Che sia un unità di misura lo so perché inizia a diventare una questione sistematica, come il progetto di una bomba atomica di un autistico fisico europeo prestato, per sbaglio, al paese sbagliato. Per quanto io possa essere una persona distratta e sparpagliata, ho capito che questo gioco delle Tre Settimane funziona così: la prima settimana l'idea nasce. Tu stai comodo sul divano, un sorso energico alla birra (tanto che ti si forma un baffo biancastro sotto al naso) e un tiro alla sigaretta di marca buona, e Click - ecco l'idea. La seconda, invece, l'idea ha bisogno di essere registrata su carta. Così, dopo sette giorni di bivacco pensieroso (e tu lo sai che stai bivaccando come un porco schifoso perché iniziano a formarsi delle piaghe da decubito sulle chiappe), ti alzi e dopo cinque passi esatti, afferri una manciata di fogli, una penna (meglio se con inchiostro viola) e Puf - scarabocchi qualcosa. Il bello viene durante la terza e ultima parte. Ormai hai fatto tutto quello che potevi e che sapevi fare. Lasci che qualcun'altro si prenda cura della tua stupida idea e Kaboom - è pronta per essere lanciata sul mondo. Ma è di una bomba che stiamo parlando? Ei, seguitemi, è una bomba e non lo è.
Dunque, dicevo... A volte, però, il processo segue la logica del contrario e, pur se assurdo, tutto inizia con l'esplosione della bomba (Kaboom), poi con il progetto su carta (Puf) e la terza si regredisce a idea (Click). Tenera, fragile, nuvolosa idea che (sistematicamente) evapora.
Da tre settimane sono solo, qui in questa casa e anche lì giù, per la strada, dove la gente mormora, calpesta chilometri di bugie e, quando meno te l'aspetti, ride. Non è una cosa da matti? La gente di colpo ride. Ride anche a me, senza nessun motivo. Io, no. Io rido poco e se penso alle "Tre Settimane" non rido più.
Dal 12 di maggio la casa base sembra lontana. Teo è lontano tre settimane e io... io mi sono perso nella strada di un possibile ritorno a casa.
Tre settimane è l'unità di misura di questo mio tempo. Piccolo, striminzito tempo. Che sia un unità di misura lo so perché inizia a diventare una questione sistematica, come il progetto di una bomba atomica di un autistico fisico europeo prestato, per sbaglio, al paese sbagliato. Per quanto io possa essere una persona distratta e sparpagliata, ho capito che questo gioco delle Tre Settimane funziona così: la prima settimana l'idea nasce. Tu stai comodo sul divano, un sorso energico alla birra (tanto che ti si forma un baffo biancastro sotto al naso) e un tiro alla sigaretta di marca buona, e Click - ecco l'idea. La seconda, invece, l'idea ha bisogno di essere registrata su carta. Così, dopo sette giorni di bivacco pensieroso (e tu lo sai che stai bivaccando come un porco schifoso perché iniziano a formarsi delle piaghe da decubito sulle chiappe), ti alzi e dopo cinque passi esatti, afferri una manciata di fogli, una penna (meglio se con inchiostro viola) e Puf - scarabocchi qualcosa. Il bello viene durante la terza e ultima parte. Ormai hai fatto tutto quello che potevi e che sapevi fare. Lasci che qualcun'altro si prenda cura della tua stupida idea e Kaboom - è pronta per essere lanciata sul mondo. Ma è di una bomba che stiamo parlando? Ei, seguitemi, è una bomba e non lo è.
Dunque, dicevo... A volte, però, il processo segue la logica del contrario e, pur se assurdo, tutto inizia con l'esplosione della bomba (Kaboom), poi con il progetto su carta (Puf) e la terza si regredisce a idea (Click). Tenera, fragile, nuvolosa idea che (sistematicamente) evapora.
Da tre settimane sono solo, qui in questa casa e anche lì giù, per la strada, dove la gente mormora, calpesta chilometri di bugie e, quando meno te l'aspetti, ride. Non è una cosa da matti? La gente di colpo ride. Ride anche a me, senza nessun motivo. Io, no. Io rido poco e se penso alle "Tre Settimane" non rido più.
Dal 12 di maggio la casa base sembra lontana. Teo è lontano tre settimane e io... io mi sono perso nella strada di un possibile ritorno a casa.
domenica 13 gennaio 2013
Siracusa: una mamma ingrata.
Io non so fare. Mi spiego; appartengo a quella razza che abita il fianco destro della Sicilia, che tutto vuole, poco può e niente fa. Pur non essendo natio di questo lembo di scoglio, appartenendo più al tufo che al marmo, mi sono ritrovato complice e ladro di un modo di fare così tanto identificativo della mia Siracusa, che lo vedo spesso strisciare sui marciapiedi, agli angoli dei vicoli arancioni di Ortigia, quando sono notturni. Sopra le teste dei compaesani, come fosse fumo, che si arrotola, si attacca alla pele per qualche secondo, per poi andare via. Lo vedo nei bicchieri di whisky, che in ogni luogo vengono venduti come oro colato, pur ritrovandomi in mano una concezione diversa di vetro da taverna, di whisky, di quantità, di prezzo.
Quando passeggio e vado vagabondo fra locali, strade e negozi, mi accorgo che ognuno è timido a modo suo. Riservato in un modo così austero che sfiora la paranoia. Il rifiuto del contratto sociale. Ogni singola persone è così originale; ognuno sembra raccontarti la propria verità. Geniale, all'apparenza. Banale, dopo averla ascoltata un paio di volte da diverse anime.
Siracusa è fatta così. Abbraccia a sé tante categorie: quello geniale; quelli geniali, genialoidi, geriatri, genitori, genitrici, geometri, genitali, geni incompresi, geni compresi, generici, geroglifici. Gentaglia.
Eppure, negli ultimi anni questa grande mamma ha partorito grandi cose, grandi persone. Penso a Colpesce, a Lorenzo, ad Angelo, a Gaspare, alla mia compagna, alla birra rossa, al Buzz, al silenzio notturno, al Koala notturno. Al periodo di Pasqua, a Mario. Alla Verbavolant, al fumo blu della mia pipa. Al tabaccaio di piazza Adda. Alla solitudine. Al mio cane. A Teo.
Io non so fare e questo è un dato di fatto. E la mia vita corre sul filo della stima dei miei compaesani che ce l'hanno fatta o ancora ci stanno provando. Di molte altre persone che abitano la mia città; che mi abitano.
Sono convinto che quest'appartenenza, questo sentirmi figlio dei parti siracusani, della mia dipendenza alla mia partenza, la mia fuga costante, debba essere lodata. Debba essere premiata. Raccontata. Vissuta o, quanto meno, scritta.
domenica 6 gennaio 2013
Sicilia, amore mio.
Provo spesso a parlare e a scrivere della mia Sicilia, di "sicilianità". Di appartenenza a questa terra. Ma non è cosa facile. Non ci riesco mai in un solo racconto; e nemmeno in cento.
Quando penso a quest'isola, ai suoi isolani e al mio isolarmi, provo la stessa sensazione che si prova a descrivere la tromba di Chet Baker. Come fai? Come puoi spiegarla? Impossibile. Non perché questa domanda appartenga a quel falso mito che "il jazz non si può spiegare perché è jazz". No. Il jazz non si può spiegare, perché sarebbe inutile farlo. A che serve spiegare delle note? Spiegare il singolo capoverso di un romanzo, piuttosto che sviscerare il motivo per cui un mastro artigiano ha deciso che la sua pipa debba essere in una forma invece che un'altra?
La mia Sicilia non va esposta, insegnata. La mia Sicilia è fatta dei miei cento racconti e di altri cento. È fatta delle mie serate in un pub in stile irlandese. È fatta di quegli sguardi umidi, terrificanti, mai innocenti, dei partner da bancone. Dei bicchieri lavati fino all'ultimo non-angolo del loro fondo. Del discutere, accaniti, della qualità delle cose. Della vita che è un sempre "da farsi". Dei fallimenti perché "le gioie arriveranno". Dei lutti; tristi, neri, gialli. Delle lacrime che sembrano crisantemi. Dei pini. Tantissimi pini. Dritti, di un verde scuro che puntano all'inesistente blu del cielo. Dei tramonti. Arancioni. Di un arancione vergognoso, splendido, antico.
La mia Sicilia è una terra strana. Contraddittoria? Molto. Banale? Mai, mai e poi mai.
La mia Sicilia è una nota di Chet Baker. Americana, delle volte. Inspiegabile, spesso. Una di quelle mamme a cui vuoi bene solo quando scappi da lei e che, da quel momento in poi, amerai per tutta la vita. Anche se ci morirai sopra.
Questa Sicilia, quella di oggi, che è quella di mille anni fa, è una sorella cattiva e dispettosa. Un'amica che ti ama e che per questo ti lascia andare.
Provo spesso a scrivere della mia Sicilia, della mia "sicilianità". E tutte le volte che lo faccio, finisco sempre per sbagliare tutto. Per storpiare la sua reale natura. Cado spesso in quelle discussioni da bancone in cui uno ti chiede: «Me lo spieghi il jazz?»
Quando penso a quest'isola, ai suoi isolani e al mio isolarmi, provo la stessa sensazione che si prova a descrivere la tromba di Chet Baker. Come fai? Come puoi spiegarla? Impossibile. Non perché questa domanda appartenga a quel falso mito che "il jazz non si può spiegare perché è jazz". No. Il jazz non si può spiegare, perché sarebbe inutile farlo. A che serve spiegare delle note? Spiegare il singolo capoverso di un romanzo, piuttosto che sviscerare il motivo per cui un mastro artigiano ha deciso che la sua pipa debba essere in una forma invece che un'altra?
La mia Sicilia non va esposta, insegnata. La mia Sicilia è fatta dei miei cento racconti e di altri cento. È fatta delle mie serate in un pub in stile irlandese. È fatta di quegli sguardi umidi, terrificanti, mai innocenti, dei partner da bancone. Dei bicchieri lavati fino all'ultimo non-angolo del loro fondo. Del discutere, accaniti, della qualità delle cose. Della vita che è un sempre "da farsi". Dei fallimenti perché "le gioie arriveranno". Dei lutti; tristi, neri, gialli. Delle lacrime che sembrano crisantemi. Dei pini. Tantissimi pini. Dritti, di un verde scuro che puntano all'inesistente blu del cielo. Dei tramonti. Arancioni. Di un arancione vergognoso, splendido, antico.
La mia Sicilia è una terra strana. Contraddittoria? Molto. Banale? Mai, mai e poi mai.
La mia Sicilia è una nota di Chet Baker. Americana, delle volte. Inspiegabile, spesso. Una di quelle mamme a cui vuoi bene solo quando scappi da lei e che, da quel momento in poi, amerai per tutta la vita. Anche se ci morirai sopra.
Questa Sicilia, quella di oggi, che è quella di mille anni fa, è una sorella cattiva e dispettosa. Un'amica che ti ama e che per questo ti lascia andare.
Provo spesso a scrivere della mia Sicilia, della mia "sicilianità". E tutte le volte che lo faccio, finisco sempre per sbagliare tutto. Per storpiare la sua reale natura. Cado spesso in quelle discussioni da bancone in cui uno ti chiede: «Me lo spieghi il jazz?»
domenica 23 dicembre 2012
Questa non è una pipa
Noi fumatori di pipa, anche se s'indossa una certa età, siamo sempre oggetto di una piccola e leggera derisione pubblica. Si pensa erroneamente spesso che sia una cosa da vecchi. Datata o peggio ancora, desueta. Nessuno sa, invece, che di "vecchi" con la pipa non ce ne sono più. Parlate voi, fumatori esclusivi di sigarette, che dell'oggetto in sé poco v'importa, perché lo buttate con menefreghismo sulla schiena dei marciapiedi, e bruciate tabacco e polmoni. E lo pestate, arroganti e volgari, pur di spegnerlo.
A noi fumatori di pipa, pipari, pipaioli e pipisti, interessa gustare, assaporare, odorare e nobilitare la riflessione attraverso i tabacchi. E per farlo bisogna studiare, innamorarsi e appassionarsi.
Quando finisci di fumare una pipa non la butti mica. La tieni, la conservi. La riponi in tasca, ancora calda come un'amante dopo l'amplesso. E come tale la curi. Ogni volta. Ogni santa volta che vuoi fumarla. Per noi la pipa è una compagna. Una sorta di complice. Silenziosa e affascinante. E questo vizio, questo modo di nobilitare il tabacco, non ce l'ha nessuno. Né il fumatore di sigarette né quello di sigari. Tenetevi per voi i vostri insignificanti e traboccati giudizi. Tanto un fumatore di pipa lo fisserete sempre. Sarà sempre al centro dell'attenzione; la vostra. Perché è una setta per voi, per noi. Perché non è un colpo di accendino e via. Perché si può pure stare zitti e soli e goderne come se si fosse Dio.
sabato 15 dicembre 2012
Lascialo stare: è un bravo picciotto
Davvero; io voglio solo andare a dormire. Ma qualcosa è andato storto. Come quella sera, eravamo in tre a un tavolo qualsiasi di un comune locale notturno della periferia siracusana, in cui un mio amico scrittore, che di nome faceva Giovanni, ci leggeva con passione ciò che aveva appena scritto. Partorito. Fu un attimo, un lampo, che di colpo qualcuno iniziò a insorgere contro lui. Contro di me.
"Ha voglia di fare casino a tutti i costi", mi dissero i suoi compari. "No è che è un coglione" risposero alcuni presenti. Bastò questo per distruggere gli intenti nobili di Giovanni, dagli occhiali in osso neri e grandi, così come era il suo capello grigio di lana che gli copriva in parte lo sguardo ubriaco, che volle solo raccontarci una storia con l'apparente intenzione di escluderci dalla performance. O forse, involontariamente, volle coinvolgere tutti, a suo discapito. Questo è ancora da capirsi. Lo so, lo so. Vi sto violentando con la solita, spicciola, morale d'apertura. Quindi, mi fermo. Non voglio né dilungarmi né divagare. Voglio semplicemente dirvi che l'intromissione violenta, offensiva e gratuita di quell'orso, che solo-perché-io-non-la-penso-come-te-allora-devi-morire, distrusse inesorabilmente la vita di qualcuno. Quella di Giovanni, forse, e anche quella di Aldo, l'altro terzo del tavolo. E in tutta onestà, anche quella mia.
Fu quel "non la penso come te" che mi divorò e mi istigò, continuamente, a numerosi e consequenziali conati di vomito che non mi permisero di dormire. Proprio come adesso. A distanza di anni. Dopo un paio di vite vissute.
Io, quella sera, avrei voluto solo addormentarmi e invece, quel tizio, mi tenne e mi tiene sveglio come fosse un faro gigante che punta dritto sulla mia faccia nel bel mezzo della notte. Un'angoscia abbracciatasi al buio della mia camera da letto. Per sempre.
Rimugino e rimugino e quel che mi viene da dirvi è: se questa insurrezione è l'arma letale che l'uomo spende nei confronti dei suoi simili, io, con enorme gioia, mi tengo fuori. Davvero. Non voglio più niente dal pianeta Terra. Non voglio credere, assolutamente, più a niente. Non voglio nessuno. Non voglio nessun confronto. L'unica cosa che voglio e che volevo, è quella di dormire. Lasciatemi a occhi chiusi. Fermo lì. Immobile. Rannicchiato in posizione fetale nella speranza che il risveglio mi porti a un'altra nascita. In un altro posto. In un altro pianeta. Che siate voi a eliminarvi e che non sia io a farlo con le mie mani. Con le mie sbiadite parole. Ecco.
"Ha voglia di fare casino a tutti i costi", mi dissero i suoi compari. "No è che è un coglione" risposero alcuni presenti. Bastò questo per distruggere gli intenti nobili di Giovanni, dagli occhiali in osso neri e grandi, così come era il suo capello grigio di lana che gli copriva in parte lo sguardo ubriaco, che volle solo raccontarci una storia con l'apparente intenzione di escluderci dalla performance. O forse, involontariamente, volle coinvolgere tutti, a suo discapito. Questo è ancora da capirsi. Lo so, lo so. Vi sto violentando con la solita, spicciola, morale d'apertura. Quindi, mi fermo. Non voglio né dilungarmi né divagare. Voglio semplicemente dirvi che l'intromissione violenta, offensiva e gratuita di quell'orso, che solo-perché-io-non-la-penso-come-te-allora-devi-morire, distrusse inesorabilmente la vita di qualcuno. Quella di Giovanni, forse, e anche quella di Aldo, l'altro terzo del tavolo. E in tutta onestà, anche quella mia.
Fu quel "non la penso come te" che mi divorò e mi istigò, continuamente, a numerosi e consequenziali conati di vomito che non mi permisero di dormire. Proprio come adesso. A distanza di anni. Dopo un paio di vite vissute.
Io, quella sera, avrei voluto solo addormentarmi e invece, quel tizio, mi tenne e mi tiene sveglio come fosse un faro gigante che punta dritto sulla mia faccia nel bel mezzo della notte. Un'angoscia abbracciatasi al buio della mia camera da letto. Per sempre.
Rimugino e rimugino e quel che mi viene da dirvi è: se questa insurrezione è l'arma letale che l'uomo spende nei confronti dei suoi simili, io, con enorme gioia, mi tengo fuori. Davvero. Non voglio più niente dal pianeta Terra. Non voglio credere, assolutamente, più a niente. Non voglio nessuno. Non voglio nessun confronto. L'unica cosa che voglio e che volevo, è quella di dormire. Lasciatemi a occhi chiusi. Fermo lì. Immobile. Rannicchiato in posizione fetale nella speranza che il risveglio mi porti a un'altra nascita. In un altro posto. In un altro pianeta. Che siate voi a eliminarvi e che non sia io a farlo con le mie mani. Con le mie sbiadite parole. Ecco.
giovedì 13 dicembre 2012
Trenino fai da te: capodanno 2012
Superata la bufala della fine del mondo, del Natale e delle prime cene da campagnoli, com'è da tradizione, dopo l'ultimo secondo di questo 2012 zoppo, balbuziente e anche un po' cafone, partiranno in tutto il mondo occidentale trenini a dismisura. Il “pepepepè” è d'obbligo e “Brigitte Bardot, Bardot” non potrà certo mancare. Mani unte e sudaticce sulle spalle del commensale che vi precede (per capirci: un parente antipatico a caso, che nessuno aveva invitato e che, invece, è un "sempre-presente" a qualsiasi festa familiare si organizzi) e il telefonino che trabocca di sms, tutti uguali, di disinteressato e plasticoso augurio. Inutile dirvi che chi non si lascia trasportare da questa magica e splendida euforia (sigh!) del «Dai ma che fai non ti alzi per il trenino pure tu?», rischia di iniziare l'anno nuovo col peggiore degli animi. Nuovo; che poi secondo me ci riciclano sempre lo stesso anno (di sicuro il 1994 data la ri-ri-ri-ri-ri-ri-ri-scesa in campo di Berlusconi), cambiando copertina e aggiungendo, con meticolosa precisione, dieci preoccupazioni per ogni mezza gioia recuperata. Proprio per questo, se proprio non riuscite ad evitare il trenino di cui sopra, è mio dovere consigliarvi di inneggiare al capodanno (avendo bevuto un buon sorso di alcol puro, perché ce ne sarà bisogno, credetemi), con queste cinque probabili musiche per trenini, divise per tipologia di festeggiato:
1) The Rolling Stones - Start me Up: Per chi ha brindato con Jack e birra e al risveglio più che pensare al nuovo anno, esclamerà «ma dove cacchio sono e chi è quel folle che ha lasciato del rum ancora dentro la bottiglia?».
2) Frank Sinatra - You are the sunshine of my life: Per tutti quelli che «va bene lo "sciampagn", ma io vado di spumante, perché italiano è bello e visto che sono italiano, sono bello pure io».
3) The Beatles - Obladì Obladà: Per chi è da solo e «va bene così tanto i parenti e gli amici li odio tutti, anche se, almeno, avrei voluto brindare con la mia fidanzata che, invece, è non con quella stronza dell'amica sua».
4) Elton John - Crocodile Rock: Per chi ha speso 300 euro (e forse sono pochi) per il famoso cenone di capodanno che «a noi ci piace farla sporca, tanto è l'ultimo capodanno perché i Maya ci hanno detto che hanno spostato tutto al febbraio 2013 e noi ci crediamo perché loro sono gente seria».
5) Enzo Jannacci - Quelli che... : Per tutto il resto del mondo che, da sempre, affida i propri capodanni a qualche amico che ha avuto l'idea migliore, ovvero: «Ognuno a casa sua e poi ci si vede da sbronzi in giro per la città, esattamente come abbiamo fatto per il resto dei 364 giorni di quest'anno».
Buone vacanze.
Hanky.
giovedì 6 dicembre 2012
È un viaggio per viandanti pazienti, un libro.
C'è chi non lo sopporta. Di passeggiare per qualche ora in una delle librerie del centro, dico. Per me, invece, è un momento di fuga spensierata, di ricerca. E' tutto uno girarsi e strizzare gli occhi e chinarsi. Mi piace pensare che gli autori siano lì, a mia disposizione, e che quando ne tiro fuori uno con forza, incastrato fra altri mille, lo libero dall'anonimato. Mi sembra sempre di sentire un grazie-anche-se-non-ti-conosco. Bisogna passarci molto tempo nelle librerie. E passeggiare con calma. Perché per conoscere qualcuno, almeno un po', almeno per sbirciare la sua quarta di copertina, ci vuole tanta dedizione e altrettanto amore.
giovedì 29 novembre 2012
Tecnicamente (Lettera aperta al blog di Hanky, di Simone Cassarino)
Caro Hanky, cari lettori.
Tecnicamente, in un governo quelle decisioni prese dai tecnici, non sono tecniche, ma politiche. Il politico-tecnico, tecnicamente, è come un idraulico: se sei fortunato ti sistema i tubi, se sei sfortunato, si fà anche tua moglie. Tecnicamente!
Tecnicamente, dai Monti alla Passera ci sono tanti idraulici, in un'assemblea fra tecnici, dove tecnicamente, discutono di giunture da sistemare, e tubi da cambiare, riducendo comunque il flusso d'acqua. Tecnicamente, l'acqua serve, ma è dei tecnici che potremmo fare a meno.
Tecnicamente un muratore è un tecnico, ti può costruire la casa e, se è bravo, le fondamenta sono solide. Altrimenti, ti crolla addosso.
Peccato che tecnicamente il muratore incapace, quando costruisce il suo di tetto, smette di essere un incapace, diventando tecnicamente minuzioso. E' con il mio di tetto che è approssimativo (gli crollasse a lui in testa...sempre tecnicamente eh?).
Il problema, infine, è che "tecnicamente" non si possono sedere in Parlamento idraulici o muratori, anche se "politicamente" sarebbero più politici dei tecnici e chi lo sa, magari riuscirebbero a risolvere realmente i problemi di un popolo.
di Simone Cassarino
Tecnicamente, in un governo quelle decisioni prese dai tecnici, non sono tecniche, ma politiche. Il politico-tecnico, tecnicamente, è come un idraulico: se sei fortunato ti sistema i tubi, se sei sfortunato, si fà anche tua moglie. Tecnicamente!
Tecnicamente, dai Monti alla Passera ci sono tanti idraulici, in un'assemblea fra tecnici, dove tecnicamente, discutono di giunture da sistemare, e tubi da cambiare, riducendo comunque il flusso d'acqua. Tecnicamente, l'acqua serve, ma è dei tecnici che potremmo fare a meno.
Tecnicamente un muratore è un tecnico, ti può costruire la casa e, se è bravo, le fondamenta sono solide. Altrimenti, ti crolla addosso.
Peccato che tecnicamente il muratore incapace, quando costruisce il suo di tetto, smette di essere un incapace, diventando tecnicamente minuzioso. E' con il mio di tetto che è approssimativo (gli crollasse a lui in testa...sempre tecnicamente eh?).
Il problema, infine, è che "tecnicamente" non si possono sedere in Parlamento idraulici o muratori, anche se "politicamente" sarebbero più politici dei tecnici e chi lo sa, magari riuscirebbero a risolvere realmente i problemi di un popolo.
di Simone Cassarino
sabato 24 novembre 2012
Tutte le volte che dico addio
Mi accendo la pipa e mi siedo. Davanti a me ci sono due mie cari amici. Amicizie da pub. Amici autentici. Naturali. Si chiacchiera e si ride. Si parla di politica, di sfruttamento del lavoro. Alzo la voce sulla disumana condizione degli extracomunitari che io amo chiamare "gente del mondo" e ci si commuove. Beviamo. Un sorso al mio bicchiere, uno a testa, i due ai loro bicchieri. Stringo la pipa, faccio un paio di boccate e mi libero sopra le teste di tutti seguendo il fumo del mio tabacco. Siamo tanti e siamo in pochi. Noi tre a quel tavolo. Sentiamo profonda la nostra non diffidenza e percepiamo ancora più forte la voglia di parlare con chi non la pensa come noi. «Qui manca il pluralismo», dice Marco. «Abbiamo sempre ragione solo fra noi pochi», sostiene Nello. E si va avanti, per ore. Il tempo passa così in fretta che arriviamo quasi a baciare l'alba. Gli occhi sono ancora lucidi, soprattutto i miei. Poi un saluto veloce e si va a casa. La mia macchina è lontana e da sotto il cielo, piccolo come sono, piove. Le mie scarpe di tela singhiozzano sopra le pozzanghere e finalmente entro in macchina. Sono al sicuro, sul sedile del guidatore e penso: «quante di queste discussioni gli altri fanno?» Spero tante. Infinite. Spero di far parte della massa. La stessa che per me significa popolo. Significa identità, dignità umana. Penso a chi crede in Dio e viene deriso. Penso a chi non ci crede e viene ugualmente umiliato, sbeffeggiato. Rifletto sulla non dignità umana di questo paese. Penso a me. A voi. E a fatica, riesco a chiudere gli occhi, nella speranza di svegliarmi domani e di avere ancora la voglia di scrivervi, con la mia solita rabbia, con il mio inguaribile caratteraccio, con la voglia di sentire la vostra voce che mi critica e mi approva."
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